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7 Agosto 2026
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Garantismo Selettivo: Il Caso Delmastro

Con 206 voti la Camera ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire e utilizzare le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia nell’inchiesta sulla Bisteccheria d’Italia. Il partito della tolleranza zero riscopre privacy, immunità e garantismo quando la giustizia sfiora uno dei suoi. Le garanzie sono sacrosante. La loro applicazione selettiva si chiama privilegio.

La legge è uguale per tutti. Ma, a quanto pare, per qualcuno è un po’ più uguale

Fratelli d’Italia ha costruito una parte consistente del proprio successo su poche parole, semplici e martellanti: sicurezza, legalità, certezza della pena. Manette per i delinquenti. Nessuna indulgenza. Nessun alibi. Il garantismo, quando riguardava gli altri, veniva spesso liquidato come buonismo o ridotto a un cavillo per sottrarsi alla giustizia.

Poi la giustizia ha bussato alla porta di casa. E il partito delle manette ha scoperto la delicatezza delle garanzie, la sacralità della privacy, l’inviolabilità della corrispondenza e perfino il rischio che un’indagine possa diventare troppo invasiva. Benvenuti nel garantismo. Peccato che sia arrivato soltanto quando serviva a proteggere uno dei propri uomini.

Il muro dei 206 voti

Il 5 agosto la Camera, a scrutinio segreto, ha approvato con 206 voti favorevoli e 133 contrari la relazione della maggioranza che negava alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire e utilizzare le chat tra Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia.

Le dichiarazioni di voto annunciavano il sostegno di tutti i partiti della maggioranza e degli otto deputati di Futuro Nazionale. Il voto era segreto, dunque non è possibile attribuire ogni singola scheda. Il risultato politico, però, non è segreto affatto: la destra ha alzato un muro davanti alla richiesta dei magistrati.

Va detto subito, senza ambiguità: Delmastro non è indagato in questo procedimento. Lasciarlo nell’ombra sarebbe scorretto. La Procura, tuttavia, non stava chiedendo di arrestarlo, processarlo o dichiararlo colpevole. Chiedeva di poter acquisire le conversazioni trovate sul telefono di Caroccia, già sequestrato, per ricostruire la nascita, il finanziamento e la gestione della società che controllava il ristorante Bisteccherie d’Italia. In altre parole, i magistrati chiedevano uno strumento per accertare i fatti. Il Parlamento ha risposto di no.

Una storia che non parla soltanto di bistecche

La società Le 5 Forchette fu costituita nel dicembre 2024. Delmastro ne possedeva inizialmente il 25 per cento, mentre la quota principale era intestata a Miriam Caroccia, figlia di Mauro.

Caroccia sta scontando una condanna definitiva per intestazione fittizia di attività di ristorazione, con l’aggravante di avere agevolato un gruppo criminale riconducibile al clan camorristico Senese.

La nuova indagine ipotizza che uno schema analogo possa essersi ripetuto: attività formalmente intestate ad altri, finanziamenti da verificare, possibili accordi non dichiarati e proventi di cui ricostruire la destinazione. Sono ipotesi investigative, non verità giudiziarie. Proprio per questo servono le indagini.

Caroccia e la figlia hanno riferito dell’esistenza di una chat dedicata alla gestione del ristorante, alla quale avrebbe partecipato anche Delmastro. La Procura ritiene che quei messaggi possano servire a verificare le loro dichiarazioni, chiarire la provenienza dei finanziamenti e accertare chi prendesse realmente le decisioni.

Le conversazioni potrebbero contenere elementi d’accusa. Oppure elementi favorevoli agli stessi indagati. La giustizia funziona così: cerca prove, non conferme a una tesi precostituita.

Le ragioni di Fratelli d’Italia

Fratelli d’Italia sostiene che la richiesta della Procura fosse troppo ampia: non avrebbe indicato con sufficiente precisione l’arco temporale, le singole conversazioni, gli account o le parole chiave da utilizzare. Consentire l’accesso indiscriminato alle comunicazioni avrebbe potuto esporre messaggi personali, politici e istituzionali estranei all’inchiesta, coinvolgendo anche soggetti terzi.

L’obiezione non è campata in aria. L’articolo 68 della Costituzione tutela la corrispondenza dei parlamentari proprio per evitare che uno strumento investigativo diventi un mezzo di pressione sul libero esercizio del mandato. La Corte costituzionale ha stabilito che anche i messaggi conservati sul telefono di un’altra persona possono rientrare in questa protezione ma questa posizione stride con quanto il partito della premier ha sempre predicato.

Il punto, dunque, non è negare le garanzie a Delmastro perché appartiene a Fratelli d’Italia. Sarebbe giustizialismo, e il giustizialismo resta sbagliato anche quando colpisce chi lo ha praticato contro gli altri.

Il punto è un altro. Se la richiesta era troppo ampia, si poteva cercare un perimetro più preciso: limitare l’acquisizione alle conversazioni sulla società, individuare un periodo determinato, escludere i messaggi politici e personali, stabilire criteri rigorosi per separare il materiale pertinente da quello estraneo.

Si poteva proteggere il mandato parlamentare senza trasformarlo in una zona franca. La maggioranza ha scelto invece il diniego totale.

Le chat inviate, ma non utilizzabili

Dopo il primo no della Giunta per le autorizzazioni, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha scritto alla Camera ribadendo la necessità di acquisire formalmente le chat, anche per tutelare il diritto di difesa di Caroccia.

La questione è tornata in Giunta, ma la maggioranza ha deciso di non procedere con una nuova istruttoria e ha confermato il diniego.

Nel frattempo Delmastro ha dichiarato di avere trasmesso personalmente alla Procura, tramite posta elettronica certificata, le conversazioni al centro della polemica, sostenendo di non avere nulla da nascondere. È un elemento che va riconosciuto. Ma il gesto personale del deputato non modifica l’esito istituzionale: senza l’autorizzazione della Camera, quelle comunicazioni non possono essere formalmente acquisite e utilizzate nel procedimento.

Il paradosso rimane. Le chat sono state inviate, ma il Parlamento ha impedito che diventassero materiale investigativo. Fratelli d’Italia chiama tutto questo equilibrio tra i poteri dello Stato. Visto da fuori, assomiglia molto di più a uno scudo politico.

Il garantismo con la tessera del partito

L’aspetto più irritante non è il ricorso alle garanzie. È la loro applicazione selettiva.

Quando un’inchiesta riguarda un migrante, un attivista, un ragazzo fermato dalla polizia o un avversario politico, la destra pretende nomi, immagini, intercettazioni e pene esemplari. La presunzione d’innocenza diventa un fastidio per azzeccagarbugli. Quando il fascicolo sfiora un esponente della maggioranza, ogni virgola della Costituzione torna improvvisamente preziosa.

Delmastro, peraltro, è stato condannato in un procedimento diverso, sia in primo grado sia in appello, a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito. La sentenza non è definitiva e resta valida la presunzione d’innocenza.

Ma il paradosso politico rimane: chi è stato condannato, seppure non definitivamente, per avere rivelato informazioni riservate viene oggi protetto dal proprio partito in nome della segretezza delle comunicazioni. Il segreto, evidentemente, è sacro soprattutto quando è il proprio.

Una graduatoria poco invidiabile

Non esiste un censimento pubblico, ufficiale e costantemente aggiornato dei parlamentari coinvolti in procedimenti penali. E stabilire chi detenga il record di condannati, imputati o indagati non basta, da solo, a misurare la moralità di un partito.

Una ricognizione prudenziale realizzata sui casi pubblicamente verificabili e aggiornata al 6 agosto 2026 individua, tuttavia, almeno diciotto parlamentari nazionali con condanne definitive o non definitive, patteggiamenti o procedimenti penali in corso. Quindici appartengono ai gruppi che sostengono il governo.

Fratelli d’Italia, con almeno sei parlamentari coinvolti a diverso titolo, risulta il partito più rappresentato, in termini assoluti, in questa poco invidiabile graduatoria.

Le posizioni, naturalmente, non sono tutte uguali. Un’indagine non equivale a una condanna, un imputato può essere assolto, una sentenza non definitiva può essere ribaltata e il patteggiamento costituisce una categoria giuridica distinta. Qui non si celebra un processo collettivo. Si valuta la coerenza politica di un partito arrivato al governo promettendo tolleranza zero, legalità e certezza della pena.

Ed è proprio questa coerenza che comincia a scricchiolare.

Augusta Montaruli, tuttora deputata di Fratelli d’Italia, è stata condannata in via definitiva a un anno e sei mesi per peculato. È la stessa parlamentare protagonista di quell’indimenticabile momento di alta dialettica politica televisiva in cui, per interrompere Marco Furfaro, ripeté decine di volte «bau bau».

Guerino Testa ha patteggiato un anno e sei mesi per bancarotta. Giangiacomo Calovini ha patteggiato un anno e quattro mesi per corruzione. Andrea Delmastro ha una condanna in appello a otto mesi, non definitiva. Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d’Italia, si è dimessa da ministra nel marzo 2026 mentre affrontava un processo e diverse indagini, continuando a proclamare la propria estraneità alle accuse. Salvatore Caiata è imputato nel processo nato dall’inchiesta Hidden Partner.

Fuori dal conteggio dei parlamentari nazionali c’è Carlo Fidanza, eurodeputato di Fratelli d’Italia, che ha patteggiato insieme a Calovini un anno e quattro mesi per corruzione.

Il quadro si allarga ulteriormente guardando alle assemblee regionali. Nell’aprile scorso, in Sicilia, sei deputati regionali di Fratelli d’Italia risultavano indagati in procedimenti distinti.

Non basta, dunque, proclamare la legalità dai palchi. La legalità si misura soprattutto quando la magistratura bussa alla porta degli amici. Ed è proprio allora che il partito della tolleranza zero scopre improvvisamente il valore della tolleranza. Purché sia riservata ai propri.

Inflessibili con gli altri, garantisti fino all’ultimo cavillo con i propri. La tolleranza zero, evidentemente, finisce dove comincia il partito.

La legalità non è uno slogan

La legalità non consiste nel gridare «in galera» quando l’accusato non ci piace. Consiste nel permettere alla giustizia di lavorare anche quando il suo lavoro può mettere in imbarazzo un amico, un collega, un ex sottosegretario o un dirigente di partito.

Con il voto sulle chat, Fratelli d’Italia non ha dimostrato che Delmastro abbia qualcosa da nascondere. Nessuno può dirlo senza conoscere e valutare quelle conversazioni. Ha dimostrato, però, di essere disposto a utilizzare la propria maggioranza parlamentare per impedire alla Procura di acquisire e usare materiale ritenuto rilevante per un’indagine.

Ed è già un fatto politico enorme.

Il partito che prometteva di difendere lo Stato ha usato lo Stato per difendere uno dei suoi, il partito che invocava trasparenza ha chiuso una cassaforte. Il partito della legge e dell’ordine ha scoperto che, quando la legge si avvicina troppo, l’ordine migliore è fermarla alla porta.

La maschera è caduta. Sotto non c’era il garantismo. C’era il privilegio.

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