Leggere ascoltando Bruno Martino
L’estate degli italiani
Il caldo impazza, la politica si prepara alle vacanze e gli italiani continuano a fare i conti con il gasolio sopra i due euro e la benzina ormai stabilmente attorno alla stessa soglia. Agosto dovrebbe essere il mese della pausa. Ma la propaganda, evidentemente, non va mai in ferie.
Sui giornali c’è di tutto. C’è la crisi diplomatica — inutile quanto pretestuosa — aperta dal governo Meloni con la Spagna del progressista Pedro Sánchez. C’è la commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, insediata in Italia mentre negli Stati Uniti torna sotto accusa lo scienziato Antony Fauci, che gestì l’emergenza sanitaria americana. Coincidenza temporale, certo. Ma anche il segno di come, a distanza di anni, la pandemia continui a essere usata come terreno di scontro politico più che come materia di indagine e conoscenza.
E poi c’è Galeazzo Bignami — un nome che, in questo caso, sembra quasi una dichiarazione programmatica — secondo il quale Oscar Luigi Scalfaro, una volta eletto presidente della Repubblica, avrebbe consentito la scarcerazione di decine di mafiosi sottoposti al 41-bis. Una notizia falsa? No: falsissima. Eppure pronunciata con quella sicurezza che, nella comunicazione politica contemporanea, sembra ormai contare più dei fatti.
A chi credere
A questo punto la domanda è inevitabile: come fa un cittadino a capire chi dice la verità? Come può distinguere una notizia da una manipolazione, un’opinione da un fatto, una ricostruzione documentata da una menzogna ripetuta abbastanza volte da sembrare credibile?
Ed eccoci tornati al punto di partenza: la responsabilità degli organi d’informazione. Il dovere di verificare, contestualizzare, correggere. Ma anche la necessità, per chi legge, di confrontare fonti diverse, non fermarsi ai titoli e diffidare delle verità confezionate su misura per confermare ciò che già pensa.
Informarsi richiede tempo, attenzione e perfino un po’ di fatica. Ma siamo davvero sicuri che sia questo ciò che la politica desidera? O le conviene di più un cittadino disorientato, sommerso da versioni contraddittorie, incapace di distinguere i fatti dalla propaganda e, proprio per questo, disposto a credere alla voce che grida più forte?
Andiamo per ordine.
Il regalo di Sánchez alla propaganda di Meloni
La Spagna aveva un’occasione straordinaria: mostrare all’Europa dei Ventisette quanto la decisione del governo italiano fosse sproporzionata, politicamente strumentale e povera di visione. Avrebbe potuto rispondere con i fatti, portare la questione davanti alle istituzioni europee e lasciare Giorgia Meloni sola con la sua rappresentazione di un’Italia perennemente assediata.
Il governo di Pedro Sánchez ha scelto invece la ritorsione. Madrid ha introdotto controlli nei porti e negli aeroporti per chi arriva dall’Italia, compresi i cittadini italiani: una misura prevista fino al 7 settembre, adottata in risposta ai controlli disposti da Roma sui collegamenti aerei e marittimi con la Spagna. Non, dunque, controlli rivolti esclusivamente agli italiani, ma a tutti i viaggiatori provenienti dal nostro Paese. Una distinzione importante, che non cambia però la sostanza politica della decisione. Commissione europea, Reuters
Così facendo, Sánchez ha accettato di giocare sul terreno scelto da Meloni e le ha consegnato ciò di cui ogni propaganda ha bisogno: un nemico. E cosa c’è di più utile, per la retorica meloniana, di un governo progressista straniero che “punisce gli italiani” e tenta di imporre le proprie decisioni a Roma?
La Spagna aveva certamente il diritto di sentirsi ferita. Quella italiana è stata una scelta ostile nei confronti di un Paese amico, vicino per cultura, storia e appartenenza mediterranea. Ma tra avere ragione e saperla difendere c’è una differenza sostanziale. I governi non dovrebbero reagire sulla base dell’orgoglio ferito, soprattutto quando dall’altra parte c’è chi trasforma ogni contrasto internazionale in carburante elettorale.
Madrid avrebbe potuto contestare la misura italiana, smontarne le motivazioni e affidare alle istituzioni europee il giudizio sulla sua proporzionalità. Avrebbe potuto lasciare Meloni sola con la sua piccola visione del mondo. Ha preferito restituirle la stessa moneta, trasformando un’iniziativa discutibile del governo italiano in uno scontro tra due Paesi.
Sánchez aveva probabilmente ragione nel merito. Ma ha sbagliato la risposta. E alla fine, paradossalmente, il regalo più grande lo ha fatto proprio a Giorgia Meloni.
La pandemia trasformata in un tribunale
Se nella crisi con la Spagna il governo Meloni ha trovato un nemico esterno, con la commissione parlamentare sul Covid il bersaglio è tutto interno: Giuseppe Conte, Roberto Speranza e, più in generale, chi governò l’Italia durante i mesi più drammatici della pandemia.
La commissione è stata istituita con la legge n. 22 del 5 marzo 2024, appena quindici mesi dall’inizio del governo Meloni. I suoi compiti sono ampi e, almeno sulla carta, perfettamente legittimi: verificare il mancato aggiornamento del piano pandemico, l’adeguatezza delle misure di contenimento, gli acquisti di mascherine e dispositivi sanitari, la gestione delle strutture commissariali, la comunicazione pubblica, le terapie domiciliari e la campagna vaccinale. Dispone degli stessi poteri e incontra gli stessi limiti dell’autorità giudiziaria, pur non essendo un tribunale e non potendo pronunciare condanne. Legge istitutiva della commissione
Sono tutte domande necessarie. Più di centomila morti, ospedali travolti, medici mandati al fronte senza protezioni adeguate, scuole chiuse, attività economiche distrutte: uno Stato serio ha il dovere di capire che cosa non abbia funzionato. Il problema, dunque, non è l’inchiesta. È il sospetto che le risposte siano state decise prima ancora di formulare le domande.
Il 6 agosto Giuseppe Conte è rimasto per circa cinque ore davanti alla commissione, accusandola di essersi trasformata in un “plotone di esecuzione” diretto politicamente da Giorgia Meloni. L’audizione proseguirà il 14 settembre. La presidente del Consiglio ha replicato che conoscere la verità sulla pandemia non costituisce un attacco politico, ma un diritto degli italiani. Ed è difficile darle torto. Almeno sul principio. RaiNews
Conte non si sottrae
Va riconosciuto a Giuseppe Conte un dato politico, indipendentemente dal giudizio sulla sua gestione della pandemia: non si è sottratto. Si è dimesso da componente della stessa commissione per poter essere ascoltato, ha sollecitato la propria convocazione, è rimasto per circa cinque ore a rispondere alle domande e ha assicurato che tornerà per completare l’audizione. Ha denunciato il carattere politico dell’inchiesta, l’ha definita un “plotone di esecuzione”, ma poi si è seduto davanti ai suoi accusatori. Adnkronos, Corriere della Sera
Questo non dimostra che tutte le sue decisioni fossero giuste e non lo assolve preventivamente da eventuali responsabilità. Dimostra però una disponibilità a rendere conto del proprio operato che dovrebbe costituire la regola della politica, non un’eccezione da sottolineare.
Il confronto con la maggioranza che oggi lo interroga è difficile da ignorare. È la stessa maggioranza che, nel caso Almasri, ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano. Ed è la stessa che, proprio in questi giorni, ha confermato il diniego alla richiesta della procura di sequestrare le chat dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro, rinunciando anche a ulteriori approfondimenti istruttori. Sky TG24, RaiNews
Ogni decisione può naturalmente essere giustificata con argomenti giuridici e istituzionali. Ma il messaggio politico che arriva ai cittadini è molto più semplice: inflessibili quando a dover rispondere sono gli avversari, prudenti e garantisti quando sotto esame finiscono gli amici. La verità diventa così un dovere che si pretende dagli altri e uno scudo che si offre ai propri. Ed è esattamente in questa doppia misura che una commissione d’inchiesta rischia di perdere credibilità prima ancora di concludere i propri lavori.
Ma quale verità?
Quella costruita attraverso un’indagine aperta anche alle responsabilità del sistema sanitario nazionale, delle regioni e di tutti i governi che per anni non aggiornarono il piano pandemico? Oppure una verità più semplice e politicamente redditizia, nella quale ogni errore viene fatto ricadere su Conte e Speranza?
Nessuno può sapere che cosa avrebbe fatto il governo Meloni se si fosse trovato a Palazzo Chigi nel febbraio del 2020. Chi oggi giudica dispone di conoscenze che allora non esistevano, conosce l’evoluzione del virus, l’efficacia delle misure, gli errori compiuti e perfino le conseguenze economiche delle decisioni. Governare nell’incertezza è una cosa; processare quelle scelte sei anni dopo, con il senno di poi, è molto più facile.
Il processo americano ad Anthony Fauci
Quanto sta accadendo negli Stati Uniti rende il parallelo ancora più evidente. Anthony Fauci, per quasi quarant’anni direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e volto scientifico della risposta americana al Covid, è diventato da tempo uno dei principali bersagli della destra trumpiana.
Il 29 luglio Fauci è comparso sotto mandato di comparizione davanti alla Commissione del Senato per la sicurezza interna, presieduta dal repubblicano Rand Paul. L’inchiesta riguarda l’origine del virus, i finanziamenti americani alla ricerca condotta in Cina e l’ipotesi che Fauci abbia contribuito a nascondere elementi favorevoli alla teoria della fuga da un laboratorio di Wuhan.
Il ricorso al Quinto emendamento
Fauci si è avvalso per più di cento volte del Quinto emendamento, che protegge dal rischio di autoincriminazione. Il 6 agosto la commissione ha approvato, con otto voti repubblicani contro cinque democratici, una risoluzione per dichiararlo in oltraggio al Congresso. Rand Paul ha quindi trasmesso gli atti al Dipartimento di Giustizia chiedendo che venga perseguito penalmente. Commissione del Senato statunitense
Paul ha però saltato il passaggio del voto dell’intero Senato, che difficilmente avrebbe raggiunto la maggioranza necessaria. Il Dipartimento di Giustizia ha ricevuto la richiesta e la sta esaminando, ma al momento Fauci non è stato incriminato per alcun reato. Secondo diversi esperti, proprio l’assenza del voto dell’assemblea potrebbe privare la richiesta di una valida base giuridica. Reuters
A complicare ulteriormente il quadro c’è il perdono preventivo concessogli da Joe Biden il 19 gennaio 2025: una protezione completa per gli eventuali reati federali connessi alla sua attività istituzionale dal 2014 fino a quella data. Biden sostenne di volerlo proteggere da procedimenti ingiustificati e politicamente motivati. Il perdono non equivale a un’ammissione di colpevolezza, ma ha fornito ai repubblicani un argomento formidabile: se Fauci non aveva nulla da temere, perché proteggerlo in anticipo? Forse aveva capito la natura vendicativa di Trump? Dipartimento di Giustizia statunitense
Rand Paul sostiene inoltre che proprio il perdono presidenziale renda ingiustificato il ricorso al Quinto emendamento. I democratici e i legali di Fauci contestano questa interpretazione e denunciano una vendetta politica. La questione non è stata ancora risolta dai tribunali.
Indagare gli errori o scegliere i colpevoli?
Italia e Stati Uniti seguono procedure diverse, ma la tentazione politica appare simile: utilizzare la pandemia per mettere sotto processo chi la gestì. A Roma viene convocato l’ex presidente del Consiglio; a Washington si tenta di portare davanti a un giudice lo scienziato diventato il simbolo delle restrizioni, delle mascherine e dei vaccini.
Questo non significa che Conte, Speranza o Fauci debbano essere sottratti alle domande. Al contrario: devono rispondere delle decisioni assunte e delle informazioni disponibili in quel momento. Ma un’inchiesta serve a trovare la verità soltanto quando ammette anche la possibilità che quella verità sia diversa da ciò che la maggioranza vorrebbe dimostrare.
La differenza tra un’indagine e un processo politico è tutta qui. La prima comincia con una domanda. Il secondo comincia con un colpevole.
Quando la menzogna entra in Parlamento
La propaganda può deformare i fatti, selezionarli, sottrarli al loro contesto. Ma talvolta compie un passo ulteriore: li inventa. È quanto ha fatto Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera del principale partito di governo, durante il dibattito sulla richiesta della magistratura di utilizzare le chat di Andrea Delmastro.
Per difendere l’ex sottosegretario, Bignami ha pronunciato nell’Aula di Montecitorio una frase enorme: «La sinistra fece eleggere Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41-bis». Ha poi aggiunto che quegli stessi mafiosi sarebbero stati “rimandati in galera” dal ministro della Giustizia Giovanni Conso. RaiNews
Non si tratta di un’opinione e neppure di una ricostruzione storica controversa. È una falsità oggettivamente verificabile.
Il falso pronunciato in Aula
Nel novembre del 1993 non furono liberati trecento mafiosi. Per 334 detenuti non vennero rinnovati i decreti di applicazione del 41-bis: rimasero in carcere, passando dal regime speciale a quello ordinario. Nessuno tornò libero e, dunque, nessuno dovette essere “rimandato in galera”.
La decisione, inoltre, non fu adottata da Oscar Luigi Scalfaro. Il potere di applicare o prorogare il 41-bis spettava al ministro della Giustizia Giovanni Conso, che negli anni successivi se ne assunse pubblicamente la responsabilità, sostenendo di avere agito nel tentativo di fermare la stagione delle stragi. Gli stessi atti della Commissione parlamentare antimafia attribuiscono al ministro Conso la decisione di non rinnovare i provvedimenti. Commissione parlamentare antimafia
Bignami è riuscito così a concentrare in poche parole tre falsificazioni: ha trasformato il mancato rinnovo di un regime detentivo nella liberazione di centinaia di mafiosi; ha attribuito la decisione a un presidente della Repubblica che non aveva il potere di assumerla; ha indicato come colui che avrebbe riparato al danno proprio il ministro che quella scelta aveva compiuto.
Anche il racconto dell’elezione di Scalfaro è stato piegato alla propaganda. È vero che il 19 maggio 1992, all’undicesimo scrutinio, i parlamentari del Movimento sociale italiano votarono simbolicamente Paolo Borsellino, che ottenne 47 preferenze. Ma accadde in una sola votazione. Scalfaro fu eletto sei giorni dopo, al sedicesimo scrutinio, con 672 voti provenienti da un arco parlamentare molto più ampio della sola sinistra: Democrazia cristiana, Pds, Psi, Psdi, Pli, Verdi, Rete e Lista Pannella. Quirinale, Istituto Cattaneo
Gaffe o malafede?
Definire tutto questo una “gaffe” sarebbe indulgente. Una gaffe è un nome sbagliato, una data confusa, un numero ricordato male. Qui siamo davanti a una narrazione costruita per macchiare la memoria di un presidente della Repubblica morto, appropriarsi di quella di Paolo Borsellino e presentare la destra come l’unica forza storicamente schierata contro la mafia.
E non è accaduto durante un comizio di provincia o in un messaggio scritto frettolosamente sui social. È accaduto alla Camera dei deputati, pronunciato dal capogruppo del partito della presidente del Consiglio. Proprio il luogo e il ruolo di chi parla conferiscono alla menzogna un’apparenza di autorevolezza. Il cittadino ascolta una frase pronunciata in Parlamento e presume che abbia attraversato almeno la soglia della decenza e della realtà.
In uno Stato serio una falsità di questa portata dovrebbe essere immediatamente stigmatizzata, rettificata e sanzionata. Le opposizioni hanno chiesto al presidente della Camera Lorenzo Fontana l’applicazione dell’articolo 60 del Regolamento: la norma consente, per le espressioni ingiuriose rivolte alle istituzioni o al capo dello Stato, la censura e l’interdizione dai lavori parlamentari da due a quindici giorni. Il caso sarà esaminato dai questori della Camera. ANSA
La libertà di parola non è libertà di falsificare
Punire penalmente le fake news diffuse dai politici sarebbe più complicato di quanto possa sembrare. L’articolo 68 della Costituzione stabilisce che i parlamentari non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni. È una garanzia fondamentale, nata per proteggere il Parlamento dalle ritorsioni del potere esecutivo e della magistratura. Abolirla o limitarla potrebbe produrre danni persino peggiori delle menzogne che si vorrebbero colpire. Costituzione, articolo 68
Ma l’insindacabilità non può diventare impunità politica. Le Camere potrebbero introdurre nei propri regolamenti un obbligo di rettifica per le affermazioni fattuali dimostrate false, imponendo che la correzione venga pronunciata nella stessa sede e riceva la medesima pubblicità della menzogna. Al rifiuto dovrebbero seguire la censura e la sospensione dai lavori parlamentari.
Non sarebbe un tribunale della verità. Sarebbe il riconoscimento di un principio elementare: chi esercita un potere pubblico ha una responsabilità maggiore, non minore, nell’uso delle parole.
Resta poi il compito dell’informazione. Scrivere che “è polemica sulle parole di Bignami” non basta. Non siamo davanti a due versioni equivalenti della storia. Una è documentata; l’altra è falsa. E quando il giornalismo riduce una menzogna a semplice materia di scontro politico, smette di informare e diventa, magari inconsapevolmente, il megafono di chi l’ha pronunciata.
L’estate degli italiani
Insomma, questa è la nostra estate: calda, immobile, assediata dalle zanzare e dalle fake news. Eppure, sotto il frastuono delle polemiche, continuano ad affiorare le estati che ricordiamo: il mare raggiunto con i finestrini abbassati, la sabbia rimasta nelle scarpe, le corse in motorino al tramonto, una canzone alla radio e le sere che sembravano non finire mai. Erano le estati degli italiani, quando il tempo pareva allargarsi e persino la noia aveva un suo sapore. Forse non erano davvero migliori: siamo noi ad averle conservate così. Ma almeno le bugie non ci raggiungevano in tempo reale.