Se credete ancora alle “soluzioni definitive” sull’immigrazione, questo articolo potrebbe turbarvi. Contiene trent’anni di promesse elettorali, molte delle quali date per risolutive. Spoiler: siamo ancora qui a parlarne.
L’autore dell’articolo
Se domani sparissero
Se domani sparissero tutti i migranti, molta politica perderebbe uno dei propri principali strumenti di consenso.
Non ci sarebbero più barconi da mostrare nei telegiornali, frontiere da chiudere, porti da difendere, blocchi navali da promettere. Non ci sarebbero più fotografie da utilizzare in campagna elettorale, numeri da trasformare in allarme, periferie da raccontare come territori perduti.
E qualcuno, improvvisamente, dovrebbe trovare qualcos’altro di cui avere paura.
Naturalmente i migranti non spariranno. E non perché qualcuno abbia organizzato una grande invasione dell’Europa, ma per una ragione molto più semplice: gli esseri umani si spostano. Lo hanno sempre fatto.
Fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni, certamente. Ma partono anche dalla povertà, dalla mancanza di opportunità, dall’instabilità politica, dalle conseguenze delle crisi ambientali, dalla speranza di guadagnare di più, dal desiderio di dare ai propri figli una vita diversa dalla propria.
Esattamente come hanno fatto milioni di italiani.
L’invasore e il santo
Il vero successo del populismo sull’immigrazione non è stato convincere tutti gli europei che i migranti siano invasori.
È stato qualcosa di più profondo: imporre il linguaggio attraverso il quale siamo costretti a discuterne.
Da una parte c’è l’invasore. Giovane, maschio, minaccioso. Arriva per sottrarci qualcosa: il lavoro, la sicurezza, l’identità, qualche volta persino la religione.
Dall’altra abbiamo costruito la figura opposta: la vittima assoluta. Affamata, perseguitata, possibilmente con un bambino in braccio. Una persona alla quale riconosciamo il diritto di essere accolta proprio perché non possiede più nulla.
Due figure apparentemente inconciliabili che hanno qualcosa in comune: nessuna delle due è una persona. Sono personaggi. E soprattutto sono personaggi utilissimi alla politica.
Il diritto di voler vivere meglio
C’è infatti una domanda che mette in crisi entrambe le rappresentazioni.
Che cosa succede se una persona non fugge da una guerra, non è perseguitata, non rischia di essere uccisa, ma semplicemente decide che vuole vivere meglio?
È abbastanza disperata per meritare la nostra comprensione?
Un ragazzo di vent’anni che lascia il Senegal, il Bangladesh o la Tunisia perché pensa di poter guadagnare in Europa molto più di quanto potrebbe guadagnare a casa propria non è necessariamente un profugo. Ma non è nemmeno un invasore.
È una persona che ha fatto un calcolo. Lo stesso che, in epoche diverse, hanno fatto milioni di europei.
Possiamo discutere se abbia diritto di entrare. Possiamo stabilire regole, quote, criteri, permessi. Uno Stato ha non soltanto il diritto, ma il dovere di governare le proprie frontiere.
Ma riconoscere questo principio non ci obbliga a trasformare chi tenta di attraversarle in un nemico.
Ed è qui che il dibattito sull’immigrazione diventa sorprendentemente infantile: sembra impossibile sostenere contemporaneamente che le frontiere vadano governate e che chi si presenta davanti a quelle frontiere rimanga un essere umano.
Un’emergenza lunga trent’anni
C’è poi una parola che dovrebbe cominciare a insospettirci: emergenza.
L’Italia parla di emergenza immigrazione da almeno trent’anni.
Tre decenni sono un periodo piuttosto lungo per continuare a chiamare qualcosa emergenza.
Abbiamo avuto gli albanesi negli anni Novanta, gli sbarchi dalla Tunisia, le rotte libiche, la guerra in Siria, Lampedusa, le missioni nel Mediterraneo, gli accordi con la Libia e con la Tunisia, i decreti sicurezza, fino al modello Albania.
E, andando ancora più indietro, negli anni Ottanta ci furono i polacchi.
Ve li ricordate? Agli angoli delle strade, ai grandi incroci delle città, molti con in mano un’asta lavavetri, pronti a pulire il parabrezza in cambio di qualche moneta. A Roma soprattutto. Per qualche tempo sembrarono essere ovunque, poi lentamente scomparvero.
Non è soltanto un ricordo. Le ricostruzioni dell’emigrazione polacca indicano che prima del 1989 l’Italia fu spesso una terra di passaggio e Roma, anche per il legame creato dall’elezione di Giovanni Paolo II, una tappa verso altre destinazioni, compreso il Nord America. Le fonti ricordano anche i polacchi come protagonisti, dalla metà degli anni Ottanta, del fenomeno dei lavavetri ai semafori. (Gov.pl)
Se ne andarono, ma ci lasciarono in eredità, per così dire, quella piccola economia del semaforo. Un mestiere improvvisato che sarebbe stato raccolto negli anni successivi dagli sventurati di turno: altre nazionalità, altri poveri, altri immigrati appena arrivati.
Cambiavano i volti e le provenienze. Il racconto, invece, restava sempre lo stesso.
Anche allora la curiosità e l’iniziale solidarietà per chi fuggiva dal comunismo, dal blocco sovietico, dal nemico di sempre, durarono poco. Finché erano dissidenti erano i benvenuti; quando cominciarono a fermarsi ai semafori diventarono un problema. E così, con sorprendente puntualità, il profugo da compatire si trasformò nello straniero da sopportare.
La soluzione definitiva, ogni volta
Da allora abbiamo cambiato governi, presidenti del Consiglio, ministri dell’Interno, maggioranze e opposizioni.
Ma ogni stagione politica ha avuto la propria soluzione definitiva.
Dalla legge Bossi-Fini del 2002 ai decreti sicurezza, fino alla promessa del blocco navale, la politica italiana ha continuato a cercare la parola finale su un fenomeno antico, strutturale e difficilmente eliminabile. La Bossi-Fini modificò profondamente la disciplina dell’immigrazione e dell’asilo; nel 2018 arrivò il decreto sicurezza e immigrazione; ancora nella campagna elettorale del 2022 Giorgia Meloni proponeva esplicitamente un «blocco navale» concordato con le autorità nordafricane. (Normattiva)
Sono cambiate le formule, gli slogan, gli strumenti legislativi.
Molto meno la prospettiva.
Perché mentre discutevamo di come fermare gli arrivi, abbiamo evitato quasi sempre di guardare alle ragioni che spingono milioni di persone a lasciare la propria terra e ad affrontare viaggi lunghi, costosi e spesso pericolosi.
Ancora oggi continuiamo a proporre sostanzialmente le stesse ricette: più controlli, più accordi, più frontiere, più trattenimenti, più rimpatri.
Come se bastasse intervenire sull’ultimo tratto del viaggio per cancellare tutto ciò che viene prima.
E invece basterebbe alzare lo sguardo di qualche gradino lungo la catena delle cause per accorgersi che il problema non comincia a Lampedusa, né sulle coste libiche, né al confine di un Paese europeo. Comincia molto prima.
Quanto costa tenerli fuori?
C’è poi un conto che facciamo molto raramente: quello delle politiche costruite per impedire ai migranti di arrivare.
E sarebbe un errore limitarlo all’Italia.
Il fenomeno va osservato nella sua dimensione reale, quella dei Paesi ricchi.
Europa, Stati Uniti, Regno Unito, Australia e altri Paesi di destinazione spendono somme enormi per controllare le frontiere, pattugliare mari e deserti, costruire strutture di trattenimento, finanziare sistemi di sorveglianza, organizzare rimpatri, stipulare accordi con i Paesi di transito e, sempre più spesso, spostare fuori dai propri confini la gestione di chi tenta di raggiungerli.
Non esiste una cifra unica che possa essere semplicemente chiamata «costo mondiale dell’anti-immigrazione». E sarebbe metodologicamente scorretto, per esempio, considerare l’intero bilancio di una polizia di frontiera come denaro speso contro i migranti: quelle strutture svolgono anche funzioni doganali, commerciali e di sicurezza.
Ma basta osservare alcuni ordini di grandezza.
Il solo protocollo Italia-Albania è stato finanziato dal governo italiano per 670 milioni di euro in cinque anni. (Governo)
Il Fondo europeo per la gestione integrata delle frontiere dispone di 7,39 miliardi di euro nel periodo 2021-2027, somma che comprende anche la politica dei visti e altre attività di gestione delle frontiere. (European Commission)
Negli Stati Uniti, per il solo Customs and Border Protection, la richiesta di stanziamento discrezionale per l’anno fiscale 2025 superava i 16,6 miliardi di dollari — anche in questo caso per un’agenzia le cui competenze vanno ben oltre l’immigrazione. (Customs and Border Protection)
E l’Australia, uno dei Paesi che più hanno sperimentato la gestione extraterritoriale dei richiedenti asilo, aveva già speso secondo il proprio Auditor-General circa 7,1 miliardi di dollari australiani per i centri e i sistemi regionali di trattamento a Nauru e Papua Nuova Guinea. (Ufficio Revisione Australiana)
Preso singolarmente, ogni provvedimento può sembrare una voce di bilancio tra le tante.
Ma proviamo a cambiare scala.
Sommiamo le centinaia di milioni dell’Italia ai miliardi europei; aggiungiamo le risorse impiegate dagli Stati Uniti, dall’Australia, dal Regno Unito e dagli altri Paesi ricchi. Poi moltiplichiamo tutto per dieci, venti, trent’anni.
Il confronto con il bilancio di alcuni Paesi poveri è suggestivo, ma per farlo seriamente servirebbe una contabilità omogenea che oggi non abbiamo. Non occorre però forzare i numeri per comprendere l’ordine di grandezza.
Stiamo parlando di un gigantesco sistema internazionale del contenimento.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Quanto abbiamo speso, complessivamente, per cercare di tenere fuori le persone?
E soprattutto: che cosa sarebbe accaduto se una parte di quelle risorse fosse stata utilizzata qualche anello più in alto della catena?
Guardare dove tutto comincia
Sviluppo economico. Scuole. Formazione professionale. Infrastrutture. Agricoltura. Accesso all’acqua. Creazione di lavoro. Cooperazione. Canali regolari di ingresso.
Non per immaginare ingenuamente che qualche miliardo possa cancellare guerre, dittature, povertà o disuguaglianze costruite in decenni.
E nemmeno per sostenere che aiutare economicamente un Paese faccia automaticamente diminuire l’emigrazione. I fenomeni migratori sono molto più complessi di così.
Ma almeno per cambiare la domanda.
Perché mentre noi discutiamo dell’ultimo chilometro del viaggio, esiste un mondo enormemente più grande nel quale il luogo in cui si nasce continua a determinare una parte decisiva delle possibilità di studiare, lavorare, curarsi, costruirsi una famiglia e diventare vecchi.
A questo si aggiungono guerre, instabilità politica, pressioni demografiche, economie fragili, trasformazioni climatiche.
E una straordinaria contraddizione del nostro tempo.
Mai come oggi chi vive nella parte più povera del pianeta ha potuto vedere così bene come si vive nella parte più ricca.
Uno smartphone può mostrare Milano, Parigi, Londra o New York a un ragazzo che vive a migliaia di chilometri di distanza. Gli mostra le automobili, le case, le università, gli stipendi. Gli mostra soprattutto una possibilità.
Poi noi ci stupiamo che provi a raggiungerla.
Governare non significa fingere di poter fermare il mondo
Tutto questo non significa sostenere che l’Europa debba accogliere chiunque voglia arrivare.
Sarebbe una risposta altrettanto semplicistica.
Le frontiere devono essere governate. Bisogna stabilire chi abbia diritto alla protezione, chi possa entrare per lavorare, quali siano i canali regolari e come rendere effettivi i rimpatri quando previsti dalla legge.
Ma governare un fenomeno è una cosa.
Promettere di cancellarlo è un’altra.
Possiamo rendere più difficile attraversare il Mediterraneo. Possiamo stringere accordi con i Paesi di transito. Possiamo aumentare i controlli. Possiamo costruire centri fuori dai nostri confini.
Quello che non possiamo fare è convincerci che, così facendo, avremo eliminato le ragioni per cui qualcuno parte.
Perché quelle ragioni sono altrove.
Sono nella distanza fra ricchezza e povertà, nelle guerre dimenticate appena scompaiono dalle nostre televisioni, nell’instabilità di intere regioni, nella mancanza di lavoro e prospettive e nella semplice, antichissima aspirazione umana a cercare altrove ciò che non si riesce a trovare a casa.
Dopo trent’anni trascorsi a parlare di emergenza, forse dovremmo finalmente accettare una realtà molto meno rassicurante.
L’immigrazione non è l’emergenza.
È la conseguenza.
Adesso si chiama remigrazione
Eppure siamo già pronti per la prossima soluzione definitiva.
Oggi una parte della destra radicale europea utilizza sempre più apertamente una parola che fino a pochi anni fa apparteneva ai suoi margini: «remigrazione».
Futuro Nazionale di Roberto Vannacci l’ha inserita nel proprio programma, arrivando a parlare anche di «remigrazione dei regolari» attraverso un modello di immigrazione rotazionale. In Germania l’AfD ha formalizzato una propria politica di «remigration» e in Austria l’FPÖ continua a utilizzare esplicitamente lo stesso termine nelle proprie iniziative politiche. (Futuro Nazionale)
È un salto ulteriore. Non basta più promettere di impedire che arrivino. Adesso si promette che se ne andranno.
Quanti? Come? A quale costo? In quanto tempo? Con quali accordi con i Paesi di origine? Con quali conseguenze per un continente che in molti settori utilizza già lavoro immigrato? E dove finisce il rimpatrio di chi non ha diritto di restare e dove comincia invece l’idea di allontanare chi in Europa vive e lavora regolarmente?
Sono domande enormi.
Prima ancora, però, ce n’è una molto più semplice.
Possibile che dopo trent’anni di Bossi-Fini, decreti sicurezza, porti chiusi, accordi con la Libia, accordi con la Tunisia, promesse di blocchi navali, rimpatri, centri di permanenza e modello Albania, siamo ancora disposti a credere alla prossima soluzione definitiva senza chiedere conto di quelle precedenti?
Perché il problema della «remigrazione» non è soltanto capire se sia possibile.
È capire perché dovremmo credere che questa volta funzionerà.
La politica che per trent’anni non è riuscita a fermare le partenze oggi promette di invertire il viaggio.
Un’altra grande promessa elettorale si prepara ad abbattersi sugli italiani.
Chissà se, prima di crederci, si ricorderanno che fine hanno fatto tutte le altre.