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Immagine creata con IA a puro scopo illustrativo
12 Agosto 2026
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A settant’anni lo Stato smette di chiederti chi sei

La carta d’identità destinata agli over 70 avrà una validità sostanzialmente illimitata. Il governo la presenta come una semplificazione. Ma quando una facilitazione smette di essere un aiuto e comincia a trasformarsi in esclusione? Il problema non è il documento: è l’idea di vecchiaia che rischia di accompagnarlo.

Una bella notizia per gli anziani. Almeno così viene presentata.

Dal 30 luglio 2026, chi ha già compiuto settant’anni può ottenere una carta d’identità elettronica con una validità sostanzialmente illimitata. La legge parla di durata senza scadenza; per ragioni tecniche, il documento viene emesso con una validità di cinquant’anni. Significa che chi lo riceve a settant’anni potrà conservarlo fino a centoventi. Traguardo ambizioso, ma non si sa mai. Niente più appuntamenti all’anagrafe, fotografie, attese, moduli e denaro da spendere. Meno incombenze per gli anziani, meno lavoro per gli uffici comunali, tempo e risorse liberati per la collettività.

Tutti contenti, dunque.

Eppure, dietro questa piccola rivoluzione burocratica, si nasconde una domanda meno rassicurante: siamo davvero davanti a una semplice agevolazione o al primo gradino di una silenziosa morte civile?

A settant’anni ti fotografano, a ottanta sei ancora tu, a novanta pure. A cento lo Stato continuerà a riconoscerti nell’immagine di trent’anni prima.

Una dimostrazione di fiducia nella longevità degli italiani. Oppure un modo molto elegante per dire che, oltre una certa età, aggiornare la tua identità non è più così importante.

Il paradosso dell’identità digitale

La nuova disciplina riguarda soltanto le carte richieste da persone che abbiano almeno settant’anni e rilasciate dal 30 luglio 2026. Il documento resta valido anche per l’espatrio. Dopo dieci anni, tuttavia, il titolare potrà chiederne il rinnovo per mantenere attivo il certificato di autenticazione necessario a utilizzare la CIE per accedere ai servizi digitali della pubblica amministrazione.

L’identità fisica, dunque, non scade più. Quella digitale sì.

Ed è un dettaglio tutt’altro che secondario. Perché proprio mentre lo Stato prolunga per cinquant’anni la validità della tessera conservata nel portafoglio, trasferisce online una parte sempre maggiore dei rapporti con i cittadini: fascicolo sanitario, pensioni, prenotazioni, certificati, tributi, agevolazioni, ricette, servizi comunali.

Il governo promette agli anziani che non dovranno più recarsi allo sportello. Ma se lo sportello, nel frattempo, scompare e viene sostituito da un’applicazione, quella promessa rischia di assumere un significato completamente diverso.

Non più: “Non sei obbligato a venire”.

Piuttosto: “Non è più previsto che tu venga”.

Semplificare non significa cancellare

La burocrazia italiana avrebbe molti altri luoghi nei quali esercitare il proprio desiderio di semplificazione.

Si potrebbe cominciare dalle persone affette da patologie irreversibili, ancora costrette in molti casi a produrre certificati, presentare domande e dimostrare condizioni che la pubblica amministrazione ha già riconosciuto. Si potrebbe evitare che una persona con disabilità o il suo familiare debba portare gli stessi documenti dal medico all’INPS, dall’INPS all’azienda sanitaria, dall’azienda sanitaria al Comune.

La riforma della disabilità sta sperimentando un accertamento unico affidato all’INPS e procedure più semplici. Eppure, nella fase transitoria, per alcuni ultrasettantenni affetti da patologie croniche e da una progressiva perdita di autonomia resta necessario seguire la vecchia procedura e presentare, oltre al certificato medico, una domanda amministrativa entro novanta giorni. Lo chiarisce lo stesso INPS nelle istruzioni operative entrate in vigore il 1° giugno 2026.

Il risultato è curioso: lo Stato decide che a settant’anni non dovrai più dimostrare di essere ancora la persona raffigurata nella carta d’identità, ma potrà chiederti di dimostrare nuovamente una disabilità cronica o una perdita di autonomia.

È qui che servirebbe davvero il principio del “once only” una volta sola: un dato già posseduto da un’amministrazione non dovrebbe essere richiesto nuovamente al cittadino. Se l’INPS conosce il reddito, l’Agenzia delle Entrate il patrimonio, il Comune la residenza e il servizio sanitario la condizione clinica, non dovrebbe essere una persona anziana, malata o in difficoltà economica a fare da corriere tra le diverse articolazioni dello Stato.

Nello stesso decreto che introduce la carta d’identità per gli over 70 è previsto che scuole, università, Comuni e altre amministrazioni acquisiscano direttamente dall’INPS i dati ISEE necessari alla concessione delle prestazioni sociali agevolate. Questa è una semplificazione autentica: non elimina il cittadino dal rapporto con lo Stato, elimina un’informazione che lo Stato gli chiedeva pur possedendola già.

La differenza è tutta qui.

Ci sono adempimenti che si possono cancellare e diritti che devono invece continuare ad avere anche un luogo fisico nel quale essere esercitati. Si possono rendere automatiche le agevolazioni legate al reddito, evitare le visite di revisione quando una patologia è irreversibile, unificare le valutazioni sanitarie, portare a domicilio i servizi per chi non può muoversi.

Ma non si dovrebbe confondere chi non può recarsi in un ufficio con chi non deve più andarci. La prima è una condizione personale. La seconda è una categoria costruita dallo Stato sulla base dell’età.

Settant’anni non sono una patologia

In Italia la speranza di vita ha raggiunto nel 2025 gli 81,7 anni per gli uomini e gli 85,7 per le donne. Settant’anni non rappresentano più l’inizio della fine, se mai lo sono stati. Sono un’età nella quale milioni di persone viaggiano, lavorano, studiano, si occupano dei nipoti, assistono genitori ancora più anziani, svolgono volontariato, amministrano aziende, scrivono libri e partecipano alla vita pubblica.

Qualcuno, a settant’anni, governa perfino uno Stato.

I dati dell’Istat mostrano che la partecipazione civica e politica raggiunge i livelli più elevati proprio tra i 60 e i 74 anni. Dopo, però, comincia una discesa rapida: tra le persone con almeno 75 anni la partecipazione sociale si ferma al 15,4 per cento. Non è soltanto l’effetto inevitabile dell’invecchiamento. Pesano la salute, il reddito, la riduzione dei trasporti, la perdita delle relazioni e la progressiva scomparsa dei luoghi nei quali incontrare altre persone. (Rapporto BES dell’Istat)

Anche il divario digitale rimane enorme. Nel 2025 soltanto il 27,4 per cento delle persone tra i 65 e i 74 anni possedeva competenze digitali almeno di base. Tra chi ha più di 75 anni, nel 2024 appena il 31,4 per cento dichiarava di aver utilizzato Internet nei tre mesi precedenti. (Istat, Cittadini e ICT)

Trasferire un servizio esclusivamente online non significa quindi renderlo accessibile a tutti. Significa spesso trasferire l’adempimento dal cittadino anziano a un figlio, un nipote, un patronato o un vicino di casa.

Nasce così una nuova forma di dipendenza: la vita per delega.

Qualcuno prenota la visita al tuo posto, ti scarica il certificato, ti controlla il conto corrente, legge le comunicazioni dell’INPS, accede al fascicolo sanitario, paga una bolletta, presenta una domanda. Come se fossi tu.

Ogni singola delega può apparire ragionevole. La loro somma, però, rischia di sottrarre progressivamente alla persona il controllo della propria vita.

La morte civile non arriva con un decreto

Nessun governo annuncerà mai l’esclusione degli anziani dalla vita pubblica. Non ci sarà una legge intitolata “Disposizioni urgenti per mettere da parte chi ha superato i settant’anni”.

La morte civile procede in modo più discreto.

Chiude uno sportello. Una filiale bancaria diventa un’applicazione. Un certificato può essere richiesto soltanto online. Per ottenere un appuntamento bisogna scansionare un codice con il telefono. Il biglietto dell’autobus costa meno se viene acquistato con lo smartphone. Le comunicazioni importanti arrivano in un’area personale protetta da password, codici temporanei e notifiche.

Formalmente nessun diritto è stato cancellato. Semplicemente, esercitarlo diventa più difficile.

L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che l’isolamento sociale e la solitudine sono fattori di rischio per la salute fisica e mentale. Anche l’ageismo, cioè la tendenza a giudicare capacità, bisogni e diritti di una persona soltanto sulla base dell’età, contribuisce alla perdita di autonomia e alla riduzione delle relazioni. (OMS)

Il punto non è obbligare una persona di novant’anni a fare la fila all’anagrafe per dimostrare di essere viva. Il punto è costruire servizi capaci di raggiungerla senza cancellare le occasioni nelle quali può ancora uscire di casa, incontrare qualcuno, fare una domanda, ricevere una risposta e sentirsi parte della comunità.

Uno sportello pubblico non è soltanto un costo. Per alcune persone è l’ultimo punto di contatto con lo Stato.

Quale sarà il prossimo passo?

Nello stesso articolo di legge che introduce la carta d’identità senza scadenza compare anche la tessera elettorale digitale, che potrà essere acquisita attraverso i dati dell’Anagrafe nazionale e, in futuro, confluire nell’IT-Wallet.

Non c’è nulla di pericoloso in una tessera elettorale digitale, finché rappresenta una possibilità aggiuntiva. Il problema comincerebbe se diventasse l’unica possibilità.

È questo il confine che dovremmo sorvegliare: la tecnologia che aggiunge una scelta è progresso; la tecnologia che elimina ogni alternativa produce esclusione.

Oggi agli ultrasettantenni viene risparmiato il rinnovo della carta d’identità. Domani potrebbe essere considerato superfluo mantenere per loro uno sportello bancario, un ufficio postale, una biglietteria, un ambulatorio raggiungibile senza prenotazione digitale. Dopodomani potremmo convincerci che sia naturale far gestire ogni rapporto con lo Stato a un familiare o a un tutore informatico.

Non serve immaginare un complotto. Basta osservare la direzione delle piccole decisioni.

Il rischio non è che agli anziani venga improvvisamente vietato di partecipare. È che venga costruita, un servizio dopo l’altro, una società nella quale la loro partecipazione non è più prevista.

La carta d’identità a lunghissima scadenza può essere una buona misura. Ma avrebbe dovuto essere accompagnata da una dichiarazione altrettanto chiara: nessun servizio pubblico diventerà esclusivamente digitale, nessuno sportello sarà soppresso senza un’alternativa accessibile, nessuna persona sarà costretta a delegare ad altri l’esercizio dei propri diritti.

Perché una società civile non è quella che dimentica l’età dei propri cittadini.

È quella che rimuove gli ostacoli senza rimuovere le persone.

Il problema, allora, non è la carta d’identità. È l’idea di anziano che la misura porta con sé: qualcuno da proteggere, assistere, sollevare dagli obblighi e, poco alla volta, accompagnare fuori dalla scena.

Oggi non dovrà più rinnovare il documento. Domani quale altra incombenza gli verrà risparmiata? E quando una facilitazione smette di essere un aiuto e comincia a diventare esclusione?

Una società civile non è quella che dimentica l’età dei propri cittadini. È quella che rimuove gli ostacoli senza rimuovere le persone.

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