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Il “patriarcato mediterraneo” secondo Futuro Nazionale: il padre al centro, la moglie al lavoro e i figli tutt’intorno. Il futuro, purché assomigli abbastanza agli anni Cinquanta. Immagine creata con IA
13 Agosto 2026
8 mins read

Il futuro di Vannacci sa di muffa. E non supera neppure il test d’italiano

Futuro Nazionale pretende dagli aspiranti cittadini vent’anni di residenza e un italiano di livello C1. Peccato che il suo programma inciampi proprio sulla forma. È il dettaglio perfetto di un manifesto che spaccia il patriarcato per innovazione, la religione per requisito amministrativo e la remigrazione per politica economica. Più che Futuro Nazionale, Passato Remoto.

Un programma per il 2027 scritto prima del 1948

Vannacci ha reso pubblico la sua idea d’Italia: promette una rivoluzione del buon senso. Ma molto di ciò che chiama buon senso è semplicemente un antico ordine sociale reso familiare dall’abitudine: il padre guida, la madre genera, il cristiano appartiene, lo straniero dimostra di essere utile, il naturalizzato rimane sotto esame. Non occorre rimpiangere esplicitamente il passato quando lo si ricostruisce pezzo dopo pezzo.

Futuro Nazionale vuole imporre agli stranieri una conoscenza dell’italiano di livello C1. È un progetto ambizioso. Soprattutto per chi ha scritto il programma.

Nel documento, infatti, si legge che nelle sedi Nato e Ue l’Italia dovrà “opererare con la schiena dritta” e “accogliendo solo a ciò che conviene”. Opererare. Accogliendo a ciò. Due inciampi che in una bozza frettolosa farebbero sorridere e finirebbero lì. Diventano irresistibili quando a commetterli è un partito che vuole trasformare la grammatica in una frontiera e sottoporre gli altri a un esame linguistico.

Il problema, naturalmente, non sono due refusi. Il problema è la presunzione. La lingua italiana usata come manganello identitario da chi, con l’italiano, intrattiene da tempo un rapporto corpo a corpo. Già nel 2023 il linguista Massimo Arcangeli aveva passato al setaccio «Il mondo al contrario», trovandovi errori, riferimenti non contestualizzati e passaggi presi da altre fonti senza citarle. Il generale non si è scoraggiato. Adesso l’esame vuole farlo agli immigrati.

È il primo capolavoro di Futuro Nazionale: chiedere agli altri di dimostrare ciò che i padroni di casa si limitano ad autocertificare.

Prima c’era il generale, adesso c’è anche il programma

Prima del programma c’era lui. Il generale, il libro autoprodotto diventato una Bibbia della nuova destra, i comizi, le provocazioni e la permanente rappresentazione dell’uomo solo al comando. Matteo Salvini lo aveva scambiato per il nuovo re Mida. È finita come spesso finisce con Salvini: l’oro si è trasformato in piombo e il pupillo si è mangiato il padrino. Secondo la media dei sondaggi di luglio, Futuro Nazionale ha superato la Lega, scesa sotto il 6 per cento.

Poi sono arrivati i video generati con l’intelligenza artificiale. In quello più discusso, Vannacci siede da imperatore nell’arena mentre gli avversari politici vengono offerti simbolicamente al leone. Non era l’iniziativa solitaria di una fan: secondo la ricostruzione di Facta, il filmato era stato prodotto da un’iscritta e visionato all’interno del partito prima della pubblicazione. L’intelligenza era artificiale. Il cattivo gusto, invece, rigorosamente italiano.

Adesso c’è finalmente il programma. O meglio, la prima puntata: le altre due arriveranno nelle prossime settimane. Un manifesto a rate per un’Italia che dovrebbe tornare tutta intera al passato.

Il nome promette il futuro. Il contenuto riesuma il patriarcato, la cittadinanza confessionale, i diritti distribuiti secondo l’origine e la “remigrazione”. Un programma per il 2027 scritto come se nel frattempo non fossero arrivati la Costituzione, l’Unione europea e, in alcuni passaggi, perfino il Novecento.

La grande innovazione: tornare al capofamiglia

Futuro Nazionale rivaluta il “patriarcato mediterraneo”. La formula sembra uscita da una trattoria con tovaglie a quadri e invece è una proposta politica. L’uomo guida e protegge; la donna, presumibilmente, ringrazia. Il futuro immaginato dal generale ha una porta d’ingresso, un tavolo apparecchiato e il capofamiglia seduto a capotavola.

Naturalmente la donna viene celebrata. Come madre, moglie e produttrice di nuovi italiani. Molto meno come individuo libero di scegliere la propria vita. È la vecchia tecnica della subordinazione con omaggio floreale: ti tolgo l’eguaglianza, ma ti regalo una rosa.

Poi arrivano le “quote azzurre”, posti e vantaggi per gli uomini, soprattutto se padri di famiglie numerose. La trovata viene presentata come risposta alle quote femminili, fingendo di non sapere che queste ultime sono nate per correggere discriminazioni storiche e non per regalare un vantaggio biologico alle donne. È come chiedere parcheggi riservati per chi non ha disabilità, in nome della parità.

Gli articoli 3, 29, 51 e 97 della Costituzione avrebbero qualcosa da obiettare. Ma nel programma la Costituzione compare soprattutto come un fastidioso libretto di istruzioni che limita la fantasia del proprietario.

Nello stesso capitolo si vuole cancellare il reato di femminicidio perché, sostiene Futuro Nazionale, introdurrebbe una protezione speciale per ogni donna uccisa. Non è così. La legge del 2025 riguarda gli omicidi legati all’odio verso la donna, al controllo, al possesso, al dominio o alla limitazione delle sue libertà. Si può contestare la norma. Prima, però, bisognerebbe leggerla. Magari anche qui basterebbe un B2.

Cittadinanza italiana, certificato di battesimo allegato

Per diventare italiani non basterebbero vent’anni di residenza, una fedina penale pulita e il famoso C1. Bisognerebbe sottoscrivere anche una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana.

L’ufficio cittadinanza diventerebbe così una succursale della parrocchia. Modulo A per la residenza, modulo B per la lingua, modulo C per attestare di sentirsi abbastanza greci, romani e cristiani. L’ateo nato a Palermo sarebbe italiano senza domande; il cardiologo musulmano che vive e lavora a Milano da vent’anni dovrebbe spiegare perché merita di esserlo.

La Repubblica può pretendere il rispetto della Costituzione. Non può imporre una professione di fede, neppure travestita da adesione culturale. La Corte costituzionale considera la laicità un principio supremo dell’ordinamento. Futuro Nazionale, più modestamente, considera supremo il proprio catechismo.

Anche gli ingressi dovrebbero privilegiare persone provenienti da Paesi cristiani e con una presunta “bassa inclinazione alla criminalità”. Nel programma compare perfino l’espressione “invasione maomettana di massa”. Non si selezionano più lavoratori in base alle competenze, ma interi popoli in base a una pagella morale compilata a Roma. Il singolo individuo può essere onesto, qualificato e integrato: se nasce nella casella sbagliata, parte già con un’insufficienza.

Questa non è difesa dell’identità. È burocrazia del pregiudizio.

Quando il tricolore ha la pelle scura

Alle Olimpiadi di Parigi, Paola Egonu, Miriam Sylla e Loveth Omoruyi hanno contribuito al primo oro olimpico della pallavolo italiana. A Tokyo, Marcell Jacobs ed Eseosa Desalu hanno corso nella staffetta 4×100 più veloce della storia azzurra. Poi ci sono Yeman Crippa, campione europeo di mezza maratona, e Andy Díaz, bronzo olimpico nel triplo.
E proprio in queste ore il presente continua a rovinare il dagherrotipo etnico di Futuro Nazionale. Agli Europei di Birmingham Nadia Battocletti, nata in Trentino da padre italiano e madre marocchina, ha appena vinto l’oro nei 5000 metri. Agli Europei di nuoto di Parigi Sara Curtis, nata a Savigliano da padre italiano e madre nigeriana, ha conquistato il bronzo nei 100 stile libero e l’argento con record italiano nella 4×100; poi ha stabilito il record mondiale dei 50 dorso. Sono italiani quando vincono, quando parte Mameli e quando il tricolore sale sopra gli altri.
Vannacci, però, scrisse di Egonu che, pur essendo italiana di cittadinanza, i suoi tratti somatici non rappresentavano «l’italianità». Dopo l’oro di Parigi ribadì che non rappresentavano la maggioranza degli italiani. Una contabilità identitaria davvero comoda: la medaglia entra nel bottino nazionale; il volto che l’ha conquistata resta fuori dal ritratto di famiglia.
Allora la domanda è semplice: per Futuro Nazionale, che valore hanno quei podi? È Italia soltanto il drappo, mentre l’atleta deve ancora superare un esame di carnagione? Il Paese reale ha già risposto: l’inno di Mameli non cambia tonalità secondo il colore della pelle.

Remigrazione: la deportazione con un nome da agenzia di viaggi

La parola regina è “remigrazione”. Suona tecnica, ordinata, quasi ecologica. Come riciclare il vetro o riportare un prodotto difettoso al venditore. Serve a non dire con chiarezza che si vogliono allontanare persone, comprese alcune che vivono in Italia da anni o sono diventate cittadine italiane.

Il piano non riguarda soltanto chi si trova irregolarmente nel Paese. Si parla di stranieri disoccupati, condannati, naturalizzati ai quali revocare la cittadinanza e perfino di italiani “nati stranieri”. È una formula straordinaria: si può diventare italiani per legge, ma non abbastanza italiani per Futuro Nazionale. L’origine resta appiccicata addosso come una colpa che nessun passaporto riesce a cancellare.

Due cittadini colpevoli dello stesso reato avrebbero così destini diversi. Quello italiano dalla nascita conserverebbe la cittadinanza; quello naturalizzato potrebbe perderla. La legge penale punirebbe ciò che hai fatto. Futuro Nazionale vorrebbe punire anche ciò che eri prima di diventare italiano.

Poi ci sono i respingimenti, la chiusura dei porti, il blocco dei ricongiungimenti familiari e le espulsioni automatiche. Peccato che esistano il diritto d’asilo, il divieto di riportare le persone dove rischiano persecuzioni, gli obblighi di soccorso in mare e il diritto europeo alla vita familiare. La sovranità non è una gomma per cancellare i trattati. E “schiena dritta” non è una fonte del diritto.

Prima gli italiani. Anche nei lavori che nessuno vuole fare

Il programma promette di riservare agli italiani case popolari, prestazioni sociali, incentivi all’assunzione e perfino i lavori più umili. È il sovranismo nella sua forma più generosa: dopo avere promesso agli italiani un futuro radioso, offre loro i mestieri lasciati liberi dagli stranieri espulsi.

Manca soltanto un dettaglio: i conti.

Secondo l’Inps, l’86,3 per cento degli stranieri presenti nelle sue banche dati nel 2024 era composto da lavoratori attivi. Il ministero del Lavoro conta quasi 2,6 milioni di occupati stranieri e osserva che, senza il loro apporto, l’occupazione complessiva sarebbe diminuita.

Futuro Nazionale promette risparmi grazie alla remigrazione, ma non calcola quanto costerebbero centri di permanenza, ricorsi, scorte, voli, accordi con i Paesi d’origine e posti di lavoro lasciati vuoti. Non calcola neppure tasse e contributi perduti. Il piano economico consiste nel cacciare chi lavora e sperare che il Pil, per patriottismo, non se ne accorga.

Anche i dati sulla criminalità vengono usati con la precisione del famoso “opererare”. Percentuali senza un’indicazione sempre chiara di anno, fonte e denominatore; denunciati, arrestati e condannati che finiscono nello stesso frullatore; condizioni sociali e struttura demografica ignorate. Alla fine il dato non serve a capire un fenomeno, ma a dare una vernice aritmetica al pregiudizio deciso in partenza.

La Costituzione non è woke

Non tutto ciò che contiene il programma è incostituzionale. La cittadinanza può essere resa più difficile. Il reato di femminicidio può essere abrogato. L’età della responsabilità penale può essere modificata. La legge Mancino può essere riscritta, purché restino rispettati gli obblighi europei e internazionali contro l’incitamento all’odio razziale e religioso.

Ma il test di cristianità urta contro la laicità. Le quote maschili nel pubblico impiego contro eguaglianza e imparzialità. I respingimenti indiscriminati contro il diritto d’asilo. L’esclusione generalizzata degli stranieri dal welfare contro l’eguaglianza e, in molti casi, il diritto europeo. Il blocco dei ricongiungimenti contro le norme dell’Unione. Gli incentivi per assumere italiani invece di altri cittadini europei contro il divieto di discriminazione per nazionalità.

Non è il complotto dei giudici, l’Europa matrigna o l’ideologia woke. È l’ordinamento nel quale l’Italia ha scelto di vivere. Per attuare davvero una parte di questo programma non basterebbe vincere le elezioni: bisognerebbe riscrivere la Costituzione, stracciare trattati e uscire a piacimento dagli obblighi internazionali. Una piccola seccatura burocratica, evidentemente sfuggita tra una remigrazione e un patriarcato mediterraneo.

Più che Futuro Nazionale, Passato Remoto

Il programma si presenta come la base per l’Italia del 2027-2037. Ma il suo immaginario è un museo delle cere: il padre comanda, la madre genera, il cristiano appartiene, lo straniero deve rendersi utile, il naturalizzato rimane sotto esame. I diritti non dipendono dalla persona, ma dalla casella nella quale il partito decide di collocarla.

Questo sarebbe il “mondo al contrario”. In realtà è il mondo di prima, lucidato per i social e accompagnato da video prodotti con l’intelligenza artificiale. Ottocento nei valori, Novecento nell’idea di nazione, XXI secolo soltanto nella propaganda.

Futuro Nazionale promette di restituire l’Italia agli italiani. Potrebbe cominciare restituendo l’italiano agli italiani. Poi la Costituzione. E, se avanza qualcosa, magari anche il futuro.

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