Nel mondo al contrario la povertà non è soltanto una condizione economica. È un esame del carattere. Chi non riesce a superarlo rischia di essere bocciato per scarsa volontà.
PRINCIPIO ATTIVO
«le responsabilità individuali dei pigri e di chi pretende di vivere sulle spalle altrui»
Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, cap. X, «Le tasse», paragrafo che inizia con «La lotta alla povertà e per la giustizia sociale…».
Traduzione dal vannaccese
I volenterosi lavorano, producono e costruiscono il proprio futuro. I pigri aspettano seduti che lo Stato trasferisca loro una parte della ricchezza creata dagli altri. In mezzo, apparentemente, non c’è nessuno.
Spariscono così il lavoro povero, i salari insufficienti, la precarietà, il luogo in cui si nasce, la qualità dell’istruzione, le condizioni di salute e i carichi familiari. La povertà smette di essere un fenomeno da misurare e diventa un difetto da diagnosticare. A distanza.
Che esistano persone che approfittano dell’assistenza pubblica è indiscutibile. Le frodi vanno controllate e punite. Ma usare l’esistenza degli abusi per spiegare la povertà equivale a spiegare gli incidenti stradali parlando soltanto di chi guida ubriaco: il caso esiste, la causa generale è un’altra cosa.
Controllo di realtà
Secondo l’Istat, nel 2024 vivevano in povertà assoluta 5,7 milioni di persone, il 9,8 per cento dei residenti. Non tutte aspettavano il lavoro sedute in poltrona. Il 7,9 per cento delle famiglie con una persona di riferimento occupata era comunque in povertà assoluta. Tra quelle in cui la persona di riferimento era un operaio o un lavoratore assimilato, la quota saliva al 15,6 per cento.
Il lavoro, dunque, protegge dalla povertà, ma non sempre basta a sconfiggerla. Contano anche il numero dei figli, il territorio, il titolo di studio, la cittadinanza, la continuità dell’occupazione e la retribuzione. Sono tutte variabili rilevate dalle statistiche. La pigrizia, curiosamente, non compare nei questionari dell’Istat.
La responsabilità individuale esiste. Ma è una parte della storia, non una categoria economica. Il merito ha senso soltanto se non fingiamo che tutti partano dalla stessa linea, con le stesse scarpe e la medesima strada davanti.
Effetti indesiderati
L’assunzione prolungata può provocare la convinzione che chi è ricco debba tutto al proprio merito e chi è povero alla propria pigrizia. È una teoria molto rassicurante, soprattutto quando si osserva la linea di partenza dal lato giusto.
FONTI DI VERIFICA