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25 Luglio 2026
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La politica sceglie i suoi eroi. Poi finge di non conoscerli

La vicenda di Ilaria Salis riapre la questione morale nella scelta dei candidati. A sinistra ci si innamora delle biografie simboliche; a destra contano fedeltà, consenso e utilità politica. Da Delmastro a Santanchè, da Pozzolo a Soumahoro, il vero scandalo non è soltanto ciò che emerge dopo. È quanto poco i partiti vogliano sapere prima. La rappresentazione forse più compiuta del modo in cui una parte della destra sceglie oggi i propri candidati è offerta da Futuro Nazionale, il partito costruito attorno alla figura di Roberto Vannacci.

La politica italiana ha due modi diversi di scegliere male i propri rappresentanti.

La sinistra si innamora. La destra fa i conti.

La prima cerca una biografia capace di rappresentare una causa, una battaglia, una comunità. La seconda guarda più pragmaticamente alla fedeltà, ai voti, alle relazioni, alla capacità di occupare un territorio o di portare consenso.

Poi arriva la realtà.

E il simbolo dei diritti viene condannato dal giudice del lavoro per aver licenziato due collaboratori senza una giusta causa dimostrata. Il sottosegretario alla Giustizia viene condannato per aver rivelato informazioni riservate. Il deputato che partecipa a una festa di Capodanno con una pistola in tasca finisce davanti a un tribunale. La ministra resta al suo posto mentre i procedimenti legati alle sue aziende si moltiplicano.

A quel punto i partiti si mostrano sorpresi.

Come se quelle persone fossero state candidate da qualcun altro.

Il caso Salis e la sinistra che si innamora

L’ultimo caso è quello di Ilaria Salis.

Il Tribunale del lavoro di Milano l’ha condannata, in primo grado, a risarcire due ex collaboratori per oltre 300 mila euro, ritenendo non dimostrata la giusta causa con la quale erano stati interrotti anticipatamente i loro contratti. Salis sostiene di non aver ricevuto la notifica dell’udienza, afferma di non essersi potuta difendere e ha annunciato ricorso. (ANSA.it)

Le precisazioni sono necessarie.

Non si tratta di una condanna penale. La decisione non è definitiva. L’europarlamentare contesta sia il merito sia le modalità del procedimento.

Ma la vicenda contiene una contraddizione politica troppo evidente per essere liquidata come un semplice incidente giudiziario.

Salis è stata candidata da Alleanza Verdi e Sinistra mentre si trovava detenuta in Ungheria. La sua candidatura non nasceva da una lunga militanza nel partito, da un percorso amministrativo o da una selezione interna. Nasceva dalla potenza di un simbolo.

Salis rappresentava l’antifascismo, la denuncia delle condizioni carcerarie ungheresi, la difesa delle garanzie processuali, la protesta contro Viktor Orbán. Era una candidatura politica, certamente. Ma era soprattutto una candidatura narrativa.

Prima ancora di essere una candidata, era già un manifesto.

Oggi quella stessa figura viene raggiunta da una sentenza del lavoro che riguarda il modo in cui avrebbe trattato due persone che lavoravano per lei. Non basta per cancellare le battaglie combattute in Ungheria. Ma basta per porre una domanda ad AVS: prima di trasformarla in un’icona, quanto conosceva davvero la persona?

Soumahoro, il simbolo che nessuno aveva controllato

Il pensiero corre inevitabilmente ad Aboubakar Soumahoro.

Anche in quel caso la sinistra aveva trovato una storia perfetta: il sindacalista dei braccianti, l’uomo degli stivali infangati davanti a Montecitorio, il difensore degli invisibili, la voce dei lavoratori sfruttati nei campi. Una candidatura già pronta per i manifesti.

Poi arrivò l’inchiesta sulle cooperative che gestivano l’accoglienza dei migranti, amministrate da persone appartenenti alla sua famiglia. Bisogna ricordarlo con chiarezza: Soumahoro non è stato imputato in quei procedimenti. Le contestazioni giudiziarie hanno riguardato la moglie, la suocera e altri familiari. Lui si autosospese dal gruppo parlamentare di AVS e successivamente passò al gruppo Misto. (Senato Italiano)

Anche qui, però, la questione politica precede quella penale.

Possibile che un partito candidi un uomo per il suo impegno nel settore dell’accoglienza senza approfondire che cosa avvenga nel sistema familiare che proprio di accoglienza si occupa?

Non si trattava di violare segreti bancari, intercettare telefonate o sostituirsi alla magistratura. Sarebbe bastato fare politica nel significato più antico del termine: conoscere le persone, frequentarne gli ambienti, comprenderne le relazioni, sottoporle a qualche domanda scomoda.

La sinistra non aveva scelto Soumahoro nonostante la sua storia.

Lo aveva scelto esclusivamente per quella storia.

Ed è proprio questo il problema: quando la biografia diventa un certificato morale, ogni verifica appare quasi offensiva. Come si può dubitare dell’uomo che rappresenta gli ultimi? Come si può interrogare il simbolo senza indebolire la causa?

Così il simbolo viene candidato. Le domande arriveranno dopo.

Delmastro e la fedeltà che vale più della responsabilità

A destra il meccanismo è diverso.

La condanna non distrugge necessariamente il rapporto di fiducia. Talvolta lo rafforza.

Andrea Delmastro Delle Vedove è stato condannato a otto mesi per rivelazione del segreto d’ufficio nel caso Cospito. Nel maggio 2026 la Corte d’Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado. Delmastro ha annunciato ricorso in Cassazione. La condanna, dunque, non è definitiva. (RaiNews)

Il fatto politico, tuttavia, resta enorme.

Delmastro non era un parlamentare qualsiasi coinvolto in una vicenda estranea alle proprie funzioni. Era sottosegretario alla Giustizia. Le informazioni finite al centro del processo provenivano dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, cioè dalla struttura che rientrava nel suo stesso ambito istituzionale.

Un responsabile politico della Giustizia condannato per aver rivelato un segreto d’ufficio dovrebbe rappresentare un problema persino per un governo convinto della sua innocenza.

Non per anticipare la sentenza definitiva. Ma perché la responsabilità politica non è una pena accessoria stabilita dalla Cassazione.

Eppure, attorno a Delmastro, Fratelli d’Italia ha costruito una difesa identitaria. Non si difende soltanto un esponente di partito. Si difende uno dei nostri. E quando la magistratura colpisce uno dei nostri, il processo smette di riguardare i fatti e diventa automaticamente uno scontro tra poteri.

La fedeltà prende il posto dell’opportunità.

La compattezza sostituisce la questione morale.

Santanchè e il diritto ministeriale alla permanenza

Il caso Daniela Santanchè porta questo metodo alla sua espressione più compiuta.

La senatrice di Fratelli d’Italia è stata rinviata a giudizio per falso in bilancio nell’inchiesta Visibilia. Ha sempre respinto le accuse. Nel luglio 2026 la Procura di Milano ha inoltre chiuso un’altra indagine, relativa a ipotesi di bancarotta e truffa ai danni dello Stato, nella quale risultano coinvolte altre quindici persone. La chiusura delle indagini non equivale, naturalmente, né a un rinvio a giudizio né a una condanna. (Reuters)

Per mesi il dibattito si è concentrato sulla domanda sbagliata: Santanchè è colpevole?

Non spetta alla politica stabilirlo.

La domanda corretta era: una ministra della Repubblica, titolare peraltro di un dicastero che distribuisce risorse e intrattiene rapporti con imprese, può continuare serenamente a esercitare il proprio ruolo mentre affronta vicende giudiziarie così direttamente legate alla gestione delle sue aziende?

Il governo ha risposto di sì.

Lo ha fatto spostando continuamente l’asticella. Prima bisognava attendere le indagini. Poi la richiesta di rinvio a giudizio, la decisione del giudice, il processo e, naturalmente, servirà una sentenza definitiva.

Con questo criterio, la responsabilità politica è abolita.

Resta soltanto quella penale. E arriva, quando arriva, dopo anni.

Nel frattempo si governa.

Pozzolo, la pistola e il partito

Emanuele Pozzolo rappresenta un’altra variante dello stesso problema.

La notte di Capodanno del 2023, durante una festa a Rosazza, partì un colpo da una pistola appartenente al deputato, ferendo un uomo. Nell’ottobre 2025 Pozzolo è stato condannato in primo grado a un anno e tre mesi, con pena sospesa, per porto abusivo dell’arma. È stato assolto dall’accusa relativa al possesso di munizioni da guerra. (Agenzia Dire)

Fratelli d’Italia lo sospese.

Ma anche in questo caso il partito aveva già ottenuto ciò che cercava dalla candidatura: identità, appartenenza, radicalità, capacità di rappresentare un preciso mondo politico.

Pozzolo non era stato scelto nonostante il suo profilo.

Era stato scelto anche per quel profilo.

Il culto delle armi, la retorica della sicurezza, l’ostentazione identitaria non erano elementi marginali. Erano parte del personaggio politico. Solo quando quella rappresentazione è diventata un colpo esploso durante una festa il partito ha scoperto che, forse, il personaggio presentava qualche problema.

Anche qui, troppo tardi.

La presunzione d’innocenza è diventata un alibi

Ogni volta che emerge una vicenda giudiziaria, la politica pronuncia la formula magica: siamo garantisti.

È giusto esserlo.

Un avviso di garanzia non è una condanna. Un rinvio a giudizio non dimostra la colpevolezza. Una sentenza di primo grado può essere ribaltata. Persino una condanna in appello non è definitiva.

Ma il garantismo tutela una persona dall’essere considerata colpevole prima della sentenza definitiva. Non obbliga un partito a nominarla ministro, sottosegretario, capolista o presidente di commissione.

La presunzione d’innocenza appartiene al processo penale.

La responsabilità politica appartiene alla politica.

Confondere deliberatamente i due piani è diventato il più efficace sistema di sopravvivenza della classe dirigente italiana. Qualunque richiesta di dimissioni viene presentata come un’aggressione giustizialista. Qualunque domanda sull’opportunità viene respinta come una sentenza anticipata.

Così nessuno risponde più di nulla.

Almeno fino alla Cassazione.

E spesso neppure dopo.

La sinistra cerca santi, la destra soldati

La differenza tra destra e sinistra, dunque, esiste. Ma non coincide semplicemente con il numero delle persone coinvolte in procedimenti giudiziari.

È una differenza nel modo di costruire le candidature.

La sinistra cerca spesso santi laici: figure che incarnino i diritti, l’ambiente, il lavoro, l’antifascismo, l’immigrazione, la legalità. Il candidato deve raccontare un valore prima ancora di dimostrare una competenza.

A destra

Si cerca più frequentemente soldati: persone fedeli, riconoscibili, radicate, capaci di portare voti e di difendere il capo. La fedina penale, le ombre biografiche o i conflitti d’interesse diventano elementi secondari, purché non compromettano l’utilità politica.

A sinistra

Si perdona al simbolo ciò che non ha voluto vedere.

La destra perdona al potente ciò che considera conveniente ignorare.

Una si innamora della rappresentazione morale. L’altra dell’efficienza elettorale.

Il risultato, tuttavia, è lo stesso: i partiti non selezionano più una classe dirigente. Scelgono personaggi.

Vannacci va oltre

La rappresentazione forse più compiuta del modo in cui una parte della destra sceglie oggi i propri candidati è offerta da Futuro Nazionale, il partito costruito attorno alla figura di Roberto Vannacci.

Qui la biografia personale, le competenze amministrative e persino le ombre giudiziarie sembrano diventare elementi secondari. La fedina penale non appare necessariamente una pregiudiziale. Ciò che conta è aderire con sufficiente convinzione ad alcune parole d’ordine: fedeltà, onore, patria, identità, disciplina.

Insomma, tutto quell’armamentario ideologico che si pensava consegnato alla storia, o almeno prudentemente accantonato nei ripostigli della Repubblica.

A sorprendere non è soltanto il ritorno di quel linguaggio. È la quantità di uomini e donne disposti a riconoscersi in un partito costruito quasi interamente attorno al proprio capo. I sondaggi attribuiscono oggi a Futuro Nazionale un consenso superiore al 6 per cento, tanto da collocarlo, in alcune rilevazioni, davanti alla Lega. Non una folla oceanica, certamente. Ma abbastanza per condizionare l’intero centrodestra. (L’Espresso)

Una parte non trascurabile dell’elettorato sembra pronta a sospendere il proprio giudizio, rinunciare alle sfumature e gonfiare il petto dietro al generale. Non si aderisce soltanto a un programma. Ci si mette in formazione.

Il capo indica la direzione, il partito ripete le parole d’ordine, i seguaci serrano i ranghi. Il dubbio diventa debolezza. Il dissenso tradimento. La complessità una fastidiosa invenzione degli intellettuali.

Qualcosa che, dopo la storia del Novecento, dovrebbe apparire anacronistico. E che invece torna con una drammatica attualità, perfettamente adattato ai social network, ai comizi permanenti e alla ricerca quotidiana di un nemico.

La destra non sceglie più soltanto soldati.

Sta tornando a cercare uomini disposti a marciare.

Quando i partiti conoscevano i candidati

Un tempo i partiti erano organismi spesso soffocanti, burocratici, persino brutali. Ma avevano sezioni, territori, scuole politiche, amministratori locali, assemblee e lunghi percorsi interni.

Un candidato veniva osservato per anni.

Se ne conoscevano la capacità amministrativa, il carattere, le relazioni, l’affidabilità, la vita professionale. Non era una garanzia assoluta contro la corruzione o l’inadeguatezza. La storia della Repubblica è piena di controprove.

Ma esisteva almeno un processo di selezione.

Oggi le liste vengono decise da pochi dirigenti, spesso nelle ultime ore prima del deposito. Si cerca il volto televisivo, il generale, l’attivista, l’imprenditore, il magistrato, la vittima, l’influencer, il portatore di preferenze.

La domanda non è più: questa persona saprà rappresentare le istituzioni?

È: quanti voti può portarci?

Oppure: quale storia ci permette di raccontare?

Le biografie vengono consumate come campagne pubblicitarie. Il controllo si limita a una ricerca su internet, quando va bene. La formazione politica viene considerata una perdita di tempo. La competenza arriva dopo, se arriva.

La questione morale comincia prima dei giudici

La questione morale non consiste nel pretendere candidati immacolati.

Le persone possono avere errori, fallimenti, debiti, processi e contraddizioni. Una democrazia non può essere governata soltanto da chi dispone di una biografia sterilizzata.

Ma un partito dovrebbe sapere chi sta candidando.

Dovrebbe conoscere non soltanto ciò che quella persona racconta di sé, ma anche come ha lavorato, amministrato, trattato i collaboratori, gestito denaro e responsabilità. Dovrebbe valutare se le sue fragilità siano compatibili con l’incarico che vuole affidarle.

Soprattutto, dovrebbe assumersi la responsabilità della scelta.

Invece, quando esplode un caso, il partito recita sempre la stessa parte.

Non sapevamo.

Aspettiamo i giudici.

È una vicenda personale.

Abbiamo piena fiducia.

Valuteremo al momento opportuno.

Il momento opportuno, naturalmente, non arriva mai.

La sinistra dovrebbe imparare che incarnare una causa non rende automaticamente capaci di rappresentarla.

La destra dovrebbe ricordare che essere utili al partito non rende degni delle istituzioni.

Entrambe dovrebbero tornare a fare ciò che hanno smesso da tempo di fare: conoscere, formare e selezionare la propria classe dirigente.

Perché il problema non è soltanto se Salis abbia licenziato ingiustamente i suoi collaboratori, se Delmastro abbia rivelato informazioni riservate, se Santanchè sia responsabile dei reati contestati o se Pozzolo potesse portare quella pistola.

A queste domande risponderanno, con tempi e strumenti diversi, i tribunali.

La domanda politica viene prima.

Quando li hanno candidati, quando li hanno nominati, quando li hanno trasformati in ministri, sottosegretari, parlamentari o simboli nazionali, i partiti che cosa sapevano davvero di loro?

E soprattutto: avevano mai pensato di chiederselo?

Post scriptum: una candidatura dell’ultima ora

Proprio mentre questo articolo veniva chiuso, da Ramacca, in provincia di Catania, arrivava la notizia di un uomo trovato incappucciato dentro un’abitazione, mentre rovistava tra le cose del proprietario.

Ne è nata una violenta colluttazione. Il padrone di casa, un cinquantenne, ha afferrato un coltello da cucina e ha colpito più volte l’intruso, un uomo di 37 anni. Il ferito è riuscito a fuggire, ma è stato rintracciato poco dopo dai carabinieri e trasportato in ospedale in prognosi riservata. È stato arrestato per furto in abitazione e lesioni personali aggravate, mentre gli investigatori stanno ancora ricostruendo l’esatta dinamica dell’accaduto. (Corriere della Sera)

Naturalmente sarà la magistratura a stabilire se la reazione del proprietario sia rimasta entro i confini della legittima difesa.

La politica, però, potrebbe essere molto più veloce.

Qualche dichiarazione sulla sicurezza, un’intervista sulla casa come luogo sacro, una fotografia con il coltello prudentemente fuori dall’inquadratura e il nuovo candidato potrebbe essere pronto.

Del resto, in certi partiti, una colluttazione domestica vale ormai più di dieci anni di militanza.

Per il padrone di casa si aprirà una carriera politica?

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