I valori traditi della destra

Doveva essere la stagione del riscatto conservatore, del ritorno ai principi non negoziabili. Invece, tra scandali, familismi e impunità ostentata, la destra al governo ha tradito proprio quei valori che diceva di voler difendere. E oggi, più che un’alternativa, appare come la caricatura di sé stessa.
14 Luglio 2025
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Non sono solito indulgere in parole come «onore», «patria», «schiena dritta».
Le considero parte di un lessico spesso usato per costruire narrazioni autoritarie, identitarie, escludenti. Preferisco termini come empatia, solidarietà, condivisione, onestà — intellettuale prima ancora che sostanziale.

Ma se vogliamo parlare seriamente di ciò che sta accadendo nel nostro Paese, oggi governato da una coalizione di sedicenti “patrioti”, allora usiamo pure il loro vocabolario. Interroghiamoci su cosa ne è stato delle promesse fatte, dei princìpi sbandierati, dei valori invocati a gran voce in campagna elettorale. Perché se si tradiscono le proprie stesse parole, non resta molto da salvare.

È questa la destra che immaginavano quegli italiani che credono ancora in parole come «Onore», «Patria», «Famiglia», «Schiena dritta»?

Quegli italiani che pensavano che il solo invocarle segnasse un cambio di paradigma, una svolta rispetto ad anni in cui — secondo la narrazione delle opposizioni — la sinistra avrebbe svenduto il Paese all’immigrazione incontrollata e piegato la nazione alle regole europee?

Parole che non sono semplici simboli, ma princìpi scolpiti in un’etica personale e pubblica. Parole che dovrebbero indicare una postura morale, non uno slogan elettorale.

Se oggi fossi un elettore di destra, mi sentirei profondamente a disagio. Anzi, diciamolo chiaramente: mi sentirei ingannato, truffato, forse persino derubato.

I più indulgenti ripetono che corruzione, clientelismo e malaffare siano piaghe trasversali, mali antichi e diffusi in tutto l’arco costituzionale. Forse è vero. Ma ciò che oggi salta agli occhi – e che non si può più far finta di non vedere – è la frequenza, la regolarità, la densità di indagati e condannati che orbitano stabilmente attorno ai partiti di governo.

Non è solo una questione di numeri, ma di mentalità.
Quello che colpisce è la disinvoltura con cui tutto viene giustificato, minimizzato, normalizzato. Come se la questione morale fosse un vezzo d’altri tempi, una fissazione da anime belle. Come se l’impunità fosse ormai un diritto acquisito, un privilegio strutturale, un’abitudine di palazzo.

Una destra che parla di legalità ma pratica la deroga. Che invoca il rigore ma vive nell’eccezione. Che predica valori, ma poi li tratta come merce da baratto.
E allora viene da chiedersi: dov’è finito l’«onore»? Dov’è finito quel principio alto, rigoroso, che imponeva coerenza, sobrietà, senso del limite? Perché non può esserci onore senza verità. Non può esserci onore senza responsabilità. E non si può parlare di «patria» mentre si umiliano le istituzioni e si piega l’interesse pubblico a logiche di clan.

Onore svuotato: la parola nobile diventata foglia di fico

Un valore un tempo imprescindibile ridotto a ornamento retorico, privo di conseguenze e responsabilità.

«Onore»: una parola amatissima a destra, soprattutto da quella che coltiva nostalgie per un’Italia dove la dignità era un dovere sociale prima ancora che personale. Un codice morale condiviso, che trovava il suo giudice non nel tribunale, ma nello sguardo degli altri. Perché l’onore si guadagna, ma si può perdere. E quando lo si perde, si viene indicati, additati, isolati.

Era questa la bussola della destra storica: il rispetto per sé stessi e per il proprio ruolo, la consapevolezza che la reputazione non è un orpello, ma la misura di ciò che si è. «Tutto è perduto, fuorché l’onore», diceva Francesco I di Francia. Oggi quella frase suona come un rimprovero che pesa.

Perché molti esponenti dell’attuale governo sembrano averla dimenticata. O peggio: l’hanno riposta in soffitta, insieme a concetti scomodi come decoro, sobrietà, coerenza.
Oggi l’onore non vincola più le scelte, non impone dimissioni, non guida l’azione. È diventato una parola vuota, usata per accendere i comizi o giustificare crociate identitarie.

Ma senza onore, cosa resta della destra? Solo un simulacro, una maschera retorica buona per infiammare le piazze e raccattare voti, ma incapace di reggere la prova del governo. Una destra che ha perso l’onore ha perso sé stessa: non guida, recita.

La patria brandita come clava identitaria

Non più bene comune, ma bandiera di parte: il patriottismo usato per dividere, non per unire.

La «patria», altro pilastro retorico, altro feticcio. In certi ambienti della destra è diventata quasi un totem, un marchio di fabbrica: solo lì albergano i veri patrioti, tutti gli altri sono sospetti, tiepidi, infedeli.
La patria, secondo questa visione, non è un legame condiviso, ma una proprietà privata, da sventolare o brandire a seconda del bisogno.

Eppure, proprio chi invoca la patria con tanto fervore dovrebbe essere il primo a rispettarla davvero: servire la patria significa anteporre l’interesse pubblico a quello personale, custodire le istituzioni, onorarle, non piegarle al proprio tornaconto.

«Patria e Onore» era un binomio sacro per la destra storica. Ma quando l’onore viene disonorato e la patria ridotta a slogan, resta solo una caricatura ideologica, un involucro vuoto. E chi tradisce quei valori non è un patriota: è solo un professionista del potere, travestito da patriota.

Famiglia o clan? La rete del potere personale

Dal valore sociale al privilegio privato: incarichi, favori e consanguinei al centro della gestione del potere.

E poi c’è la «famiglia». Altro valore-cardine, spesso sbandierato come scudo identitario. Ma cosa resta di quel valore se la famiglia diventa un clan, un bacino da cui attingere consulenze, incarichi, fondi, favori?

Non è più un’istituzione da proteggere, ma un circuito chiuso da alimentare. La «famiglia tradizionale» si trasforma così in rete clientelare, in impalcatura di relazioni opache.
Un sistema costruito non per tutelare, ma per distribuire. Non per educare, ma per consolidare potere.

Schiena dritta, quella scomparsa

Il mito della fermezza morale si è piegato al calcolo politico e all’opportunismo quotidiano.

E infine la «schiena dritta»: l’espressione che evoca fermezza morale, fierezza, capacità di dire no, di resistere alla tentazione del compromesso.
Un tempo simbolo di integrità, oggi sembra sparita dal vocabolario politico. Al suo posto, solo schiene piegate all’opportunismo, all’interesse personale, alla logica del potere fine a sé stesso.

Gente che ha scambiato il mandato politico per un titolo di proprietà. Che ha trasformato il potere pubblico in un affare privato. Che ha tradotto valori universali in strumenti di convenienza.

Era questa l’Italia governata dalla destra che immaginavate?

È davvero questo il volto del conservatorismo italiano? È questo il riscatto promesso, il cambiamento annunciato?
O è solo l’ennesimo maquillage di un sistema che continua a premiare l’obbedienza cieca, l’opportunismo spregiudicato, l’impunità come metodo?

Quella delle promesse di rigore e trasparenza, di valori non negoziabili, di moralità pubblica e responsabilità individuale?
O vi ritrovate oggi a dover giustificare l’ingiustificabile, a difendere ciò che un tempo avreste condannato senza esitazione?

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