Dalla sua denuncia è emerso che 3.300 referti erano rimasti bloccati nei laboratori dell’Asp di Trapani. Diciannove tra medici e tecnici sono ora indagati per omicidio colposo e omissione d’atti d’ufficio. In una Sicilia che sogna ponti e modernità, si continua a morire per un foglio che non arriva.
Otto mesi per un referto
Maria Cristina Gallo era un’insegnante di Storia e Filosofia, una donna di cultura e di fede, impegnata nel sociale. Aveva fondato una piccola biblioteca per i bambini del suo quartiere, «L’isola che non c’è».
Quando subì un’isterectomia per rimuovere quello che sembrava un fibroma, attese pazientemente i risultati dell’esame istologico. Passarono settimane, poi mesi. Le telefonate all’ospedale di Mazara del Vallo si trasformarono in un muro di silenzi e risposte vaghe. Alla fine, fu costretta a rivolgersi a un avvocato. Solo una diffida formale riuscì a sbloccare il documento.
Il referto arrivò otto mesi dopo: cancro al quarto stadio. Un verdetto che avrebbe potuto essere diverso, se solo qualcuno avesse fatto il proprio dovere.
La denuncia che scoperchiò il sistema
Da quel giorno, Maria Cristina combatté due battaglie: una contro la malattia, l’altra contro l’indifferenza. La sua voce divenne il simbolo di una Sicilia che non si rassegna al degrado.
Con la sua denuncia venne alla luce un dato spaventoso: 3.300 referti istologici rimasti bloccati per mesi nei laboratori dell’Asp di Trapani.
La Procura, guidata da Gabriele Paci, aprì un’inchiesta. Diciannove persone tra medici, infermieri e tecnici di laboratorio sono ora indagate per omicidio colposo, lesioni e omissione d’atti d’ufficio.
Secondo gli inquirenti, i ritardi avrebbero aggravato le condizioni di salute di sei pazienti e provocato la morte di altri tre, tra cui la stessa Maria Cristina.
La burocrazia che uccide
L’ispezione regionale ha svelato un quadro sconcertante: gravi disfunzioni organizzative, assenza di protocolli, un sistema informatico di tracciamento mai attivato.
I referti accumulati per mesi sono stati smaltiti solo dopo la denuncia della professoressa.
E mentre la giustizia fa il suo corso, resta il sospetto che in Sicilia la burocrazia sia più mortale della malattia stessa.
Un ponte sul nulla
Mentre la Regione promette sviluppo e modernità, si parla di grandi opere e di ponti sullo Stretto, ma in questa terra si continua a morire per un esame che non arriva, per un server che non funziona, per un protocollo mai scritto.
Maria Cristina è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto questo: di una sanità che non cura, di un potere che non risponde, di una politica che preferisce costruire illusioni invece di ospedali.
Una battaglia morale e civile
«La mia battaglia è duplice, per la mia salute e per tanti altri che aspettano i risultati da mesi», aveva detto Maria Cristina.
Non chiedeva vendetta, ma giustizia.
Oggi lascia un marito e due figli, e un’eredità più grande della rabbia: la consapevolezza che il silenzio uccide quanto la malattia.
E mentre si celebrano i suoi funerali, il governo Meloni silenziosamente dà una sforbiciata alla spesa sanitaria (leggi qui l’articolo) e una domanda continua a bruciare:
quante altre Maria Cristina dovranno morire prima che qualcuno risponda davvero?