In un viaggio che attraversa Gaza e Gerusalemme, tra incontri casuali e risposte impossibili, riaffiora la verità più amara: la pace, in questa terra, è diventata solo una fotografia sbiadita del passato.
La prima volta che mi confrontai davvero con la questione israelo-palestinese fu nel 1996. Proposi alla Gazzetta dello Sport di raccontare un evento che, almeno in apparenza, non aveva nulla di politico: la partecipazione della Palestina ai Giochi Olimpici di Atlanta.
Per la prima volta nella storia, due atleti palestinesi —Majdi Abu Marahil, portabandiera e corridore dei 10.000 metri, e Ihab Salama, specialista dei 5.000 — sfilavano sotto una bandiera che allora rappresentava più un’aspirazione che uno Stato.
Quell’immagine — due giovani partiti da un territorio assediato per correre in nome della propria identità — diceva già tutto: la pace, per i palestinesi, era ancora una corsa in salita.
Non ci volle molto per capire che quel viaggio sarebbe stato pieno di sorprese — e di contraddizioni. Ero alle prime armi, curioso e spaesato, più pronto ad ascoltare che a raccontare.
I rapporti umani sono tutto in questo mestiere. Lo capisci presto: senza contatti non c’è storia, senza ascolto non c’è verità. Per una volta, però, non dovetti essere io a rompere il ghiaccio.
Il dialogo impossibile
Sul taxi collettivo che dall’aeroporto Ben Gurion mi avrebbe portato a Gerusalemme, arrivò il primo incontro: un giovane ebreo ultraortodosso, un Haredim, con i lunghi pe’ot che gli incorniciavano il volto e lo shtreimel, il copricapo di pelliccia, posato con fierezza. Mi scrutò un istante, poi sorrise: aveva capito subito che non ero del posto — e non sarebbe stato l’unico nel corso del viaggio. Mi chiese chi fossi, da dove venissi, e perché ero lì.
Dissi che ero un giornalista italiano, diretto a Gaza per seguire due atleti palestinesi in partenza per le Olimpiadi.
Il mio interlocutore, che fino a un attimo prima sorrideva con curiosità, cambiò espressione di colpo. «I palestinesi hanno anche degli atleti?» chiese, con sarcasmo e ironia.
Gli spiegai che sì, per la prima volta una rappresentanza palestinese era stata invitata alle Olimpiadi. Mi parve un segno piccolo ma importante, un gesto di normalità per un popolo che da troppo tempo viveva solo eccezioni: assedi, sospetti, campi per profughi. Lui mi ascoltò in silenzio, poi abbassò lo sguardo, come se quella notizia lo mettesse di fronte a qualcosa che non aveva mai considerato.
Alla fine presi io l’iniziativa. Il suo silenzio mi pesava. Gli chiesi cosa pensasse, in generale, di quella guerra senza fine. Perché Israele — un Paese nato dalla sofferenza, dalla diaspora e dall’Olocausto — riservasse un trattamento così duro a un popolo vicino, anch’esso figlio di Abramo.
La risposta arrivò senza esitazioni, secca come una sentenza:
«Appunto. Noi abbiamo sofferto abbastanza. Siamo il popolo eletto da Dio. Ora tocca a qualcun altro.»
Rimasi in silenzio. Di fronte alla fede, soprattutto quella assoluta, non c’è argomento che regga. E a quella logica rovesciata — che il dolore autorizzi a infliggerne altro — era difficile trovare parole.
Gli atleti dimenticati
Quello fu il viatico con cui iniziai il viaggio. Non fu facile liberarsi da quelle parole: continuavano a tornarmi in mente, come un ritornello amaro.
La visita a Gaza durò poco, appena quattro giorni. Mi accolsero come un marziano. Nessuno, fino ad allora, aveva pensato di raccontare chi fossero davvero gli atleti palestinesi in partenza per le Olimpiadi. Le mie foto finirono su una grande agenzia internazionale e fecero il giro del mondo. Era la prova che, a volte, basta guardare dove gli altri non guardano per trovare una storia — e che, fino a quel momento, nessuno aveva pensato che quella valesse la pena di essere raccontata.
Uno dei due atleti che intervistai si chiamava Majdi Abu Marahil, era nato nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza. Quel campo era sorto nel 1948, dopo la nascita dello Stato di Israele e l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi, che chiamano quell’anno Nakba — la catastrofe.

Prima di diventare atleta, Marahil lavorava in una serra di fiori, in Israele. Ogni giorno percorreva a piedi i venti chilometri che separavano la sua casa, a Gaza City, dal checkpoint di Erez, dove prendeva l’autobus per andare al lavoro. Fu durante una di quelle corse quotidiane che nacque l’idea di correre per mestiere.
La sua carriera, prima da atleta e poi da allenatore della nazionale palestinese di atletica, non lo ha mai protetto dalla violenza della guerra. Nel 1991, durante la Prima Intifada, un proiettile israeliano gli colpì un braccio. Nel 2014, un raid aereo distrusse la sua casa: un frammento di missile si conficcò nel cranio di uno dei suoi otto figli.
A giugno del 2024, con Gaza di nuovo sotto assedio, Marahil aveva tentato invano di raggiungere un ospedale in Egitto attraverso il valico di Rafah, chiuso da Israele. È morto poco dopo, per insufficienza renale, a Deir al-Balah — a pochi chilometri dal campo dove era nato — in un ospedale rimasto senza corrente né medicine.
“Ciao paesà”
Sulla strada del ritorno da Gaza mi fermai a Gerusalemme. Mi colpì vedere quante case esponessero la bandiera israeliana: sembrava un segno di conquista, come a dire “qui, adesso, ci siamo noi”. La conferma arrivò poco dopo.
Lungo la Via Dolorosa — la strada che, secondo la tradizione cristiana, Gesù percorse fino al Golgota — una voce in perfetto italiano mi richiamò dall’ingresso di un negozietto affacciato sul passaggio dei pellegrini.
«Ciao, paesà! Come stai?»
Mi voltai, sorpreso. Non solo per l’italiano, ma per l’accento: era marchigiano, inconfondibile.
Un giovane palestinese, in un italiano sorprendentemente fluente, mi invitò a sedermi con lui. «Solo un tè» disse, «e due parole nella lingua che amo.» Parlava con un accento marchigiano così netto che sarebbe stato impossibile confonderlo.
Gli chiesi come lo avesse imparato, e lui sorrise. Aveva vissuto sette anni in Italia, dove aveva studiato e lavorato come odontotecnico. Aveva anche avuto una fidanzata italiana, «una storia importante», disse con un velo di nostalgia.
Gli domandai perché fosse tornato. La risposta arrivò senza esitazioni:
«Una nuova legge israeliana non permetteva più il rientro a chi fosse rimasto all’estero troppo a lungo. Se fossi rimasto in Italia, avrei perso tutto: la casa, i documenti, perfino il diritto di tornare.»
Fu scioccante sentire quelle parole. All’inizio non ci credevo: mi sembravano esagerate, il riflesso di un vittimismo troppo frequente in quelle terre. Poi, informandomi, scoprii che era tutto vero.
Conclusi la conversazione cercando di incoraggiarlo. Gli dissi che, con le lingue che conosceva, avrebbe potuto reinventarsi: magari come interprete, come guida turistica, o collaborando con l’ambasciata italiana.
Mi guardò con un’espressione sospesa tra sorpresa e tristezza, poi rise amaramente.
«A noi non è concesso nulla di tutto questo. Come arabo residente a Gerusalemme posso solo vendere qualche souvenir ai turisti.»
Non ci torno più
Dal 1991 a oggi, il processo di pace ha prodotto un lungo elenco di intese interinali — da Oslo I e II a Gaza-Gerico, Hebron, Wye, Sharm el-Sheikh, fino alla Road Map e ad Annapolis — ma nessun accordo definitivo.
Le ragioni del fallimento si intrecciano: dossier fondamentali rinviati, violenze e attentati che hanno sabotato ogni tregua, insediamenti in continua espansione, asimmetrie di potere, meccanismi di controllo deboli, la frattura tra Fatah e Hamas, e occasioni politiche svanite.
Trent’anni dopo Oslo, l’espressione “processo di pace” è diventata sinonimo di stallo. Ogni nuova escalation riparte da zero, come se la storia non avesse lasciato tracce.
La verità è che non è mancata la diplomazia, ma il coraggio di pagarne il prezzo: quello politico, simbolico, umano. Israele non ha mai smesso di costruire, i palestinesi non hanno mai sanato le loro divisioni, e la comunità internazionale ha smesso di credere che il tempo, da solo, basti a generare la pace.
Forse è questa la lezione più dura: senza responsabilità condivisa, la pace resta solo una firma sbiadita sotto una fotografia del passato.
Sono tornato altre volte in Israele, ma senza più illusioni. Ogni viaggio mi ha restituito la stessa immagine: una lenta, inesorabile pulizia etnica mascherata da sicurezza, e un popolo — quello palestinese — incapace di ritrovarsi, diviso fino all’impotenza.
Le conseguenze si vedono, negli occhi e nelle macerie di questi ultimi due anni: una catastrofe umanitaria che nessuno vuole più guardare davvero.
Non credo che ci tornerò ancora. Non perché manchi il coraggio, ma perché è difficile tornare in un luogo dove la speranza, ormai, non abita più ma soprattutto non c’è niente che non sia stato detto e mostrato.