C’è qualcosa di singolare, e diciamolo pure: di vagamente grottesco, nel modo in cui l’elezione del nuovo sindaco di New York è stata raccontata da La Sicilia, il quotidiano catanese.
Guardare New York come fosse una piazza di provincia
Si prende un evento politico che segna una trasformazione sociale profonda, e lo si osserva con l’occhio di chi guarda il mondo dal buco della serratura di un balcone affacciato su una piazza di provincia. Il risultato è una narrazione che riduce New York a una sorta di corso principale all’ora dell’aperitivo e Mamdani a un politico qualunque che distribuisce promesse facili.
Non è così. E non potrebbe esserlo.
Definire l’elezione di Mamdani come l’effetto di un’ondata populista significa ignorare completamente il contesto materiale da cui scaturisce. La New York che lo ha eletto è una città dove il costo della vita ha raggiunto livelli insostenibili, dove la casa è diventata un miraggio, dove interi quartieri vengono espulsi dalla gentrificazione e dove la precarietà lavorativa è la condizione standard, non la devianza marginale. Non parliamo di una minoranza fragile, ma di un’intera fascia urbana in sofferenza, vasta, istruita, politicamente attiva.
Quando l’ascensore sociale si rompe
L’America che celebra l’individuo come artefice del proprio destino è la stessa che, negli ultimi quarant’anni, ha visto incepparsi in modo drammatico la mobilità sociale. Si è continuato a ripetere la favola del «se studi e lavori arriverai più in alto», ma intanto l’ascensore sociale si è rotto: chi nasce povero resta povero, chi nasce nella classe media rischia di scenderne, i salari reali ristagnano, mentre casa, sanità, educazione e trasporti diventano beni di lusso.
È il contrario del sogno americano: “più studi, più lavori, più resti dove sei”.
Non per mancanza di volontà, ma per mancanza di condizioni materiali.
Il problema non è morale, è sistemico: debito studentesco che schiaccia per decenni, mercato immobiliare speculativo che espelle i residenti, sanità che può rovinare una famiglia, contrattazione collettiva svuotata.
Non è populismo, è realtà materiale
In questo contesto, il programma di Mamdani non rappresenta la promessa facile del «tutto gratis». È il tentativo di ricostruire “le condizioni minime affinché la libertà individuale sia reale“, non solo rivendicata in astratto. Senza istruzione accessibile, senza casa dignitosa, senza servizi di base, la libertà resta una parola decorativa.
Trump e Mamdani non sono la stessa storia
Eppure c’è chi accosta Mamdani a Trump, come se redistribuzione e nazionalismo fossero varianti dello stesso impulso populista. È un cortocircuito logico: Trump costruisce consenso sul conflitto identitario e sulla promessa di restaurare gerarchie sociali; Mamdani costruisce consenso su servizi pubblici universali, aperti a tutti. Uno punta a dividere, l’altro a ridurre il conflitto redistribuendo risorse. Metterli sullo stesso piano significa confondere la folla con il fine, la partecipazione con la manipolazione.
In realtà, l’elezione di Mamdani segna il risveglio di una sensibilità collettiva sopita: la consapevolezza che la democrazia non si regge solo su una scheda elettorale, ma sulle condizioni materiali che rendono quella scelta davvero libera.
Non è l’assistenzialismo a minacciare il sogno americano.
A minacciarlo è la sua “impossibilità reale“, ormai percepita da chi lavora, studia, vive e fatica nelle città.
La sinistra che abbiamo perso di vista
Forse, prima di liquidare New York come un laboratorio di populismo, sarebbe utile guardarla non dal balcone di una piazza siciliana, ma per quella che è: una metropoli che sta ridefinendo il significato stesso di cittadinanza.
Quello che vediamo oggi sull’altra sponda dell’Atlantico è esattamente ciò che la sinistra italiana ha smesso di fare: rappresentare le condizioni materiali delle persone, anziché limitarsi a commentarle. New York non è il nostro paese, certo. Ma ciò che accade lì, molto spesso, arriva qui prima ancora che ce ne rendiamo conto.
Ottima lettura e analisi del “non problema” della visione trampiana.