Quarantaquattro
In cifre, 44. Scritto con un pennarello nero sulla fronte di Ahmed Hatnawi, palestinese di Qabatiya, nella Cisgiordania occupata. Non è un fotomontaggio, non è propaganda fabbricata per i social, non è una delle tante immagini senza data e senza luogo che attraversano le guerre. L’esercito israeliano ha riconosciuto che il 17 agosto, durante un’operazione nel villaggio, alcuni soldati hanno contrassegnato con numeri i palestinesi fermati e interrogati.
Hatnawi ha raccontato che in una casa erano state radunate una cinquantina di persone e che quel numero era un modo per umiliarle. La fotografia mostra il resto: prima ancora della testimonianza, parla il gesto. (Times of Israel; AFP)
In nome della sicurezza ogni nefandezza
L’operazione aveva, secondo l’esercito, una finalità di sicurezza: due palestinesi sospettati di preparare attentati sono stati arrestati, circa cento edifici sono stati perquisiti e altre persone sono state interrogate. È un elemento che va riferito. Ma la sicurezza può spiegare perché si esegua un arresto o una perquisizione; non spiega perché si cancelli un nome e lo si sostituisca, sul corpo, con un numero.
Il diritto alla sicurezza non contiene il diritto all’umiliazione.
Non è Auschwitz. Proprio per questo dobbiamo parlarne
Diciamolo subito, prima che il riflesso condizionato sostituisca il ragionamento: no, il numero scritto sulla fronte di Hatnawi non equivale al tatuaggio imposto ai deportati ad Auschwitz.
Ad Auschwitz il numero era permanente. Faceva parte di un sistema detentivo fondato sulla selezione, sul lavoro forzato e sullo sterminio. Nel complesso furono assegnati oltre quattrocentomila numeri di prigioniero; i deportati inviati direttamente alle camere a gas non venivano neppure registrati. Erano già destinati a scomparire.
A Qabatiya il segno era tracciato con un pennarello e serviva, secondo la ricostruzione disponibile, a distinguere temporaneamente le persone durante un interrogatorio. Confondere i due contesti sarebbe una falsificazione storica. (United States Holocaust Memorial Museum)
Ma un paragone non è necessariamente un’equazione.
La storia non si ripete in fotocopia. Ritorna anche in gesti più piccoli, nelle abitudini che diventano tollerabili, nel linguaggio con cui una persona viene trasformata in pratica amministrativa, bersaglio, ostacolo. Il richiamo ai numeri dei lager non serve a sostenere che ogni abuso sia la Shoah. Serve a riconoscere un meccanismo elementare della disumanizzazione: il potere armato smette di vedere un individuo e comincia a gestire un codice.
È precisamente questo cortocircuito a rendere l’immagine insopportabile. Non perché stabilisca un’identità tra vittime di ieri e responsabili di oggi, ma perché mette la memoria davanti alla sua prova più difficile: riconoscere nell’altro ciò che si è imparato a riconoscere in sé.
Le lezioni apprese. Poi dimenticate. Poi apprese di nuovo
La risposta dell’esercito israeliano è stata burocraticamente impeccabile. I comandanti, ha spiegato, hanno chiarito ai militari la gravità dell’atto e «le lezioni sono state apprese».
Il problema è che la stessa lezione era già stata dichiarata appresa.
Nell’aprile 2026 erano circolate immagini di donne palestinesi con numeri scritti sulle mani mentre entravano, sotto controllo militare, nel campo profughi di Jenin per recuperare i propri beni. L’esercito sostenne allora che le marcature fossero state richieste dalle stesse donne, ma definì comunque la pratica un errore di valutazione: procedure chiarite, lezioni apprese.
Quattro mesi dopo, il 44 è comparso sulla fronte di Hatnawi. (Times of Israel)
E non era neppure la prima volta nella storia recente.
Nel marzo 2002, durante un rastrellamento nel campo profughi di Tulkarem, soldati israeliani scrissero numeri sulle braccia e sulla fronte dei palestinesi in attesa di interrogatorio. Tommy Lapid, sopravvissuto alla Shoah e deputato alla Knesset, definì il gesto intollerabile. Il capo di Stato maggiore ordinò di interrompere immediatamente la pratica e l’esercito assicurò che si era trattato di un episodio isolato. (Associated Press; Washington Post)
Ventiquattro anni dopo siamo di nuovo qui. E quando una lezione deve essere appresa tre volte, forse non siamo davanti a un incidente. Siamo davanti a un ambiente morale nel quale lo stesso gesto continua a sembrare possibile.
Un numero dentro un sistema
Il 44 di Qabatiya non galleggia nel vuoto. Compare in una Cisgiordania dove l’occupazione non è più soltanto lo sfondo del conflitto, ma un sistema quotidiano fatto di incursioni, posti di blocco, demolizioni, confische, insediamenti e violenza dei coloni.
Tra il 4 e il 10 agosto 2026, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari ha registrato 38 attacchi di coloni che hanno provocato vittime, danni materiali o entrambi. Nello stesso rapporto si racconta che a Qusra un cancello installato dai coloni aveva isolato almeno tredici palestinesi, limitando l’accesso a cibo, acqua e altri beni essenziali; perfino un’ambulanza diretta a soccorrere un bambino malato era stata fermata. (OCHA)
Nei giorni successivi, Reuters ha documentato famiglie assediate nelle proprie case, private di acqua ed elettricità, mentre coloni piantavano tende nei cortili e impedivano l’ingresso e l’uscita. L’esercito è intervenuto, ma fotografie e filmati hanno mostrato anche uomini in uniforme pregare insieme ai coloni. (Reuters)
In questo quadro, il numero non è soltanto la stupidità di qualche soldato. È il simbolo di una gerarchia ormai incorporata: da una parte chi controlla la terra, le strade, l’acqua, le case e i corpi; dall’altra chi deve dimostrare continuamente di essere autorizzato a esistere nel luogo in cui vive.
Il diritto internazionale vieta senza eccezioni i trattamenti umilianti e degradanti. Non prevede una clausola che li renda accettabili quando l’esercito invoca la sicurezza. (Comitato internazionale della Croce Rossa)
I crimini di Hamas non sono un lasciapassare
È necessario dirlo, perché ogni discussione su Israele viene ormai costruita come una trappola: i massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023 restano crimini. Il rapimento di civili resta un crimine. Il terrorismo contro la popolazione israeliana non diventa meno atroce perché l’esercito israeliano umilia, ferisce o uccide palestinesi.
Ma vale anche il contrario.
Nulla di ciò che è stato fatto a Qabatiya assolve retroattivamente Hamas. E nulla di ciò che Hamas ha fatto autorizza Israele a trattare ogni palestinese come un colpevole ereditario. La responsabilità penale è individuale. Quando diventa etnica, nazionale o familiare, non è più giustizia: è rappresaglia.
Una democrazia non si misura da come tratta chi ama. Si misura da ciò che si vieta di fare a chi teme, odia o considera nemico. È lì che la parola democrazia smette di essere una dichiarazione e diventa una prova.
La domanda giusta non riguarda «gli ebrei»
La frase più immediata sarebbe anche la meno giusta: che cosa è diventato il popolo ebraico? Oppure: che cosa è diventato il popolo israeliano?
No. Non è questa la domanda.
Gli ebrei del mondo non sono responsabili delle decisioni di Benjamin Netanyahu, dei ministri dell’estrema destra, dei comandanti militari o dei coloni armati. Neppure la società israeliana è un corpo unico: contiene chi sostiene l’occupazione, chi la tollera, chi preferisce non vedere e chi la combatte pagando un prezzo personale e politico.
La denuncia dell’episodio di Qabatiya è arrivata anche dalla Knesset: il deputato arabo-israeliano Ahmad Tibi l’ha definito scioccante e disgustoso, evocatore di tempi bui. E già nel 2002 era stato un sopravvissuto alla Shoah, Tommy Lapid, a esigere che quella pratica cessasse.
Attribuire una colpa collettiva agli ebrei significherebbe riprodurre proprio la logica che si vuole denunciare: cancellare gli individui, le differenze e le responsabilità concrete dentro un’identità totale. Criticare lo Stato di Israele non è antisemitismo. Trasformare «gli ebrei» nell’imputato collettivo, invece, lo sarebbe.
La domanda più esatta, e più dura, è un’altra: che cosa l’occupazione, l’impunità e l’assuefazione alla disumanizzazione dei palestinesi stanno permettendo al governo e all’esercito israeliani di diventare? E quanti israeliani sono ancora disposti a impedirlo?
La memoria non è un’assoluzione
La Shoah non impone la santità ai discendenti delle vittime. Nessun popolo è moralmente puro, nessuno eredita l’innocenza e nessuno eredita la colpa. La memoria non è un certificato di immunità consegnato a uno Stato.
È un limite.
Ricordare Auschwitz dovrebbe rendere più sensibili al momento in cui un essere umano viene ridotto a numero, non meno. Dovrebbe impedire l’umiliazione, non rendere sacrilego nominarne le somiglianze. «Mai più» perde ogni valore se significa soltanto «mai più a noi». La sua forza è precisamente l’opposto: mai più a nessuno.
Il 44 verrà cancellato dalla fronte di Ahmed Hatnawi. Sarà più difficile cancellarlo dalla coscienza di Israele.
Non perché Qabatiya sia Auschwitz. Non lo è.
Ma perché quel numero mostra quanto lontano possa spingersi uno Stato quando un popolo occupato smette di avere nomi e diventa una sequenza di sospetti, ostacoli e codici da amministrare.
La domanda non è che cosa siano diventati gli ebrei. È che cosa il governo, l’esercito e i settori della società israeliana che li sostengono stiano scegliendo di far diventare Israele.
E quanto tempo resti per arrestare questa deriva.